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martedì 24 febbraio 2009, 07:00

Vi racconto il business del Grinzane fra cene e signorine...

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Privilegio di una casta che a differenza di quella politica è tale solo nell’immaginario collettivo e nelle leggende di qualche vecchio inviato, il viaggio «premio» rimane uno dei pochi benefit non aziendali della categoria giornalistica. Chi lo offre lo chiama invito, chi l’accetta «marchetta». Il pacchetto, per il giornalista, prevede viaggio, alloggio, cene e una pazienza infinita da parte dell’organizzatore. Per l’organizzatore un articolo e una riconoscenza eterna da parte del giornalista. In gergo si dice «seguire l’evento» sul posto. In pratica è un reciproco scambio di cortesie. Serve a entrambi i contraenti, un po’ meno al lettore.
Fra i viaggi «premio», quelli a scopo culturale, visto lo stato di indigenza in cui versa il settore, sono i meno ambiti. Modesti per l’importanza dell’evento da coprire, spartani per gli standard dell’ospitalità. Con un’eccezione.
Io c’ero, e posso confermare che i viaggi del Grinzane Cavour sono una felicissima eccezione. Moltiplicatosi nel corso degli anni con una sfacciataggine inversamente proporzionale alla tradizionale riservatezza piemontese (nato come anonimo premio letterario, sta fallendo da vera mega-industria culturale) il Grinzane con le sue iniziative ha toccato tutti i campi dello scibile, dalla narrativa al cinema fino alle arti plastiche, e tutti i continenti, dall’Europa dell’Est all’America Latina fino – ultima conquista dell’impero coloniale di Giuliano Soria - l’Africa, con quel «Grinzane Addis Abeba» fondato pochi mesi fa sui proclami del multiculturalismo e della Letteratura Contro i Pregiudizi Razziali che alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal suo valletto – «Mi chiamava negro di merda, diceva che quelli come me sono nati per fare gli schiavi...» – assume oggi i caratteri grotteschi della più tipica commedia all’italiana.
Io c’ero. E c’ero - privilegio e vanto di una carriera per il resto molto provinciale - soprattutto in quello che la categoria dei giornalisti culturali ricorda ancora come uno dei più faraonici viaggi della storia italica dei Premi letterari. Il «Grinzane Cavour Mosca», luglio 2004. Una campagna di Russia preparata con stile e grandissima cura alla quale partecipavano, agli ordini del generale Giuliano Soria, le firme più intellettuali (?) delle nostre testate più prestigiose: il Giornale, l’Unità, la Stampa, il Mattino, Panorama, Secolo XIX... Corriere della sera, Ansa e Rai avevano già i loro attendenti sul posto. Accanto ai giornalisti, in numero comunque curiosamente alto rispetto al peso dell’evento (una visita alla Casa degli scrittori russi, un reading di poesia, un incontro con Evtushenko), la variegata e sussiegosa corte dello zar Giuliano: un paio di uffici stampa, segretaria, assistente personale, un giovanissimo interprete moscovita biondo platino, la mamma. Verso la quale, come il feroce cavalier Catellani di fantozziana memoria, Soria nutre un vero culto. In pullman e nelle cene di gala, la poltrona accanto è per lei.
Fu una settimana splendida. Non solo atmosfericamente. Alloggiammo al Metropol di Mosca, un albergo capolavoro dell’Art Nouveau già «seconda sede» del Soviet all’epoca in cui la Russia si chiamava Urss, dove Stalin aveva sempre a sua disposizione una suite e dove oggi i tycoon putiniani pranzano per parlare di business. Se è vero, come è vero, che gli alberghi si giudicano dalle «signorine» che sostano nella hall e dal breakfast, il Metropol è uno dei due o tre migliori del pianeta. Le ragazze sono troppo belle per fare le modelle, e questo basti. La colazione è servita in un salone di specchi, marmi, stucchi e vetrate liberty con una ragazza che suona l’arpa. In abito da sera e guanti lunghi di raso bianco, alle nove di mattina. E basti anche questo.
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#2 pino d. (1594) - lettore
il 24.02.09 alle ore 17:20 scrive:
Verrà un giorno in cui le organizzazioni che ricevono donazioni, in denaro o in beni, da privati o da Enti pubblici, dovranno rendere conto ai donatori dell'uso fatto di quel denaro? E vale per tutti, dalle ONLUS, alle ONG, all'industria delle manifestazioni "a scopo benefico". In questo caso, organizzatori hanno affermato che allo scopo benefico arriva al massimo un 10%, dico DIECI per cento del denaro raccolto: ma siamo impazziti? Io do’ 10 per Y, che però riceve 1, dico uno? Stessi dubbi quando si sente che "tutto il ricavato" dalla vendita del libro o del disco o di quel che è, sarà devoluto a X". X riceverà “tutto” ciò che resta dell'incasso, al netto di spese, compensi, annessi e connessi, a volte solo per la 1° edizione. Per iniziare basterebbe un sito pubblico, dove ciascuno sia tenuto ad indicare l'incassato, le spese dettagliate e quanto versato al destinatario. O si interviene, e dovrebbe esser interesse bipartisan farlo, o finirà che nessuno darà più nulla, temo. pino d.
#1 paolabrasile (108) - lettore
il 24.02.09 alle ore 13:00 scrive:
Egregio sig. Mascheroni perche´ne parla solo ora che il tutto e´venuto a galla? Suvvia siamo seri anche a lei certe cose andavano bene, poi erano gratis !!!!!!!!!!!
2 commenti
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