giovedì 26 marzo 2009, 08:00
"Vi racconto la casta dell'Arcigay"
Nardini, direttore del primo sito d’informazione omosessuale denuncia le magagne dell’associazione non profit: "Rimborsi spese alle
stelle, numero di iscritti gonfiato, sgravi fiscali alle discoteche"
Daniele Nardini ha 29 anni e da 11 ha la tessera di Arcigay. Per anni è stato volontario del circolo della sua città. Oggi è direttore editoriale di Gay.it, il sito di informazione sulla comunità omosessuale più letto in Italia. Da mesi sta pubblicando un’inchiesta a puntate sulla gestione dell’associazione: spulciando i bilanci e girando per i circoli, si è accorto che «qualcosa non va».
Partiamo dai numeri. Cos’è che non va nel bilancio?
«Basti pensare che il 15% di tutti i ricavi di Arcigay, quasi il 25% delle spese di struttura, se ne va per viaggi e spese dei quattro massimi dirigenti: 107mila euro, quasi 9mila euro al mese. Non male, per un’organizzazione senza fini di lucro, che pure investe altri 60mila euro in stipendi».
A chi vanno quei soldi?
«Nel bilancio non viene indicato, l’abbiamo chiesto ad Arcigay ma non ci è arrivata risposta».
Siete 170mila iscritti. Cosa dice la «base»?
«Intanto non è vero che siamo 170mila. Arcigay, per aumentare il suo “peso specifico” rispetto alle altre associazioni, conteggia anche i 60mila ex soci che negli ultimi due anni non hanno rinnovato la tessera, e che in un circolo Arcigay oggi non possono nemmeno entrare. E poi, il meccanismo del tesseramento è molto strano».
Perché strano?
«Arcigay è divisa in due aree: i 50 comitati, dove si fa politica e volontariato; e il circuito ricreativo, 64 locali tra discoteche, pub e saune. Fino a qualche anno fa c’erano due tessere distinte, una politica e una ricreativa. Ora le hanno unificate, e chi entra in una discoteca diventa automaticamente militante, senza saperlo».
Perché le discoteche gay, invece di essere normali pubblici esercizi, sono affiliate ad Arcigay?
«Per due motivi. Primo, perché l’Italia è l’unico paese occidentale in cui una legge contro gli “atti osceni in luogo pubblico” obbliga i locali gay a far entrare solo i tesserati. Secondo, perché così i gestori approfittano di enormi sgravi fiscali: non devono fare scontrini, non devono presentare un bilancio. Così pagano molte meno tasse dei locali concorrenti. Anche se non è che per questo offrano prezzi più bassi: l’ingresso nella più famosa disco gay di Bologna costa 15 euro, più 15 di tessera, più 9 per ogni consumazione e due di guardaroba».
Arcigay però rivendica un ruolo fondamentale nella prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Anche grazie alle campagne nei locali.
«Per molti anni è stato così. Ma dopo l’inversione di tendenza, da quando gli etero sono più colpiti dall’Aids dei gay, l’attenzione della comunità omosessuale è scesa drasticamente. E oggi solo in pochi locali gay si distribuiscono preservativi. Sempre in quel locale bolognese, il “boccione” distributore è stato installato solo un mese fa. Questa è la cosa più grave che emerge dalla mia inchiesta: Arcigay non può permettersi di abbassare ancora il livello di guardia, che oggi tra gli omosessuali è già ai minimi storici».
Un lettore ha commentato sul sito: «Ma i panni sporchi non si lavavano in famiglia?». Le giro la domanda: perché ha voluto rendere pubblico cosa non funziona nella sua associazione?