È una lotta a mani nude e una battaglia sostanzialmente persa quella che l'ormai ex Guardasigilli racconta nel suo libro La mafia uccide d'estate, appena pubblicato da Mondadori. Alfano è stato ministro della giustizia per tre anni e in quel lungo periodo ha provato a colpire i comportamenti disonesti o eccessivi, ha tentato di arginare i privilegi della corporazione togata, ha impostato nuove, ambiziose leggi per ridefinirne compiti e limiti. Ma s'è fermato davanti alle resistenze di una lobby agguerrita, impastata di ideologia e sempre pronta a buttare la palla delle riforme in tribuna. Secondo il partito dei giudici, ironizza l'autore, «il problema è sempre un altro». E la partita del cambiamento viene continuamente rinviata. Da quanto tempo si parla di una nuova disciplina delle intercettazioni o di separazione delle carriere? Dopo anni e anni di annunci e proposte siamo di fatto a zero. E Alfano lo riconosce: l'occasione è andata perduta e chissà quando si ripresenterà.
Naturalmente il corposo testo parla anche di altro, anzitutto di Cosa nostra che per un siciliano come Alfano è purtroppo parte integrante del paesaggio. Cosa nostra uccide, Cosa nostra impone il pizzo, Cosa nostra ruba anche le parole a gente indifesa e allora il leader che Berlusconi ha scelto come proprio successore narra la sua lotta personale alla mafia intrecciandola con la propria biografia e facendone anzi l'asse portante della propria storia. È un modo, drammatico e suggestivo, per presentarsi al grande pubblico che ha conosciuto il delfino del premier uscente in televisione ma sa poco o nulla del suo tratto umano. Flash back: ecco il giovane studente che alla metà degli anni Ottanta è sui banchi del liceo ad Agrigento e fa il suo apprendistato politico, fra convegni e assemblee. «Eravamo definiti - spiega Alfano - la generazione del riflusso», ma in realtà i ragazzi dell'85 in Sicilia prendono un'altra strada, molto più impegnata e impegnativa: la loro cifra è quella dell'antimafia, antimafia militante. Qualche anno più tardi, il 29 maggio 2008, l'ex studente entra per la prima volta in via Arenula, alla sede del ministero della giustizia, e il suo primo pensiero corre a uno dei martiri della lotta alla Piovra: Rosario Livatino, il magistrato ucciso nel 1990 a 38 anni, «la stessa età in cui io diventavo ministro. In quel momento - prosegue Alfano - decisi di dedicare la mia nomina a ministro proprio a lui, nato nella mia terra e morto nella mia terra per mano della mafia della mia terra». Quello stesso giorno, quasi a coronamento degli ideali coltivati nella giovinezza, il neoministro inaugura la sua attività firmando quattro decreti di applicazione del 41 bis per altrettanti boss mafiosi.
Naturalmente col tempo arriveranno anche i veleni distillati da pentiti pronti a infilare anche il Guardasigilli nella loro nouvelle vague, carica di allusioni impalpabili. Ma questo è il prezzo inevitabile pagato per una carriera rapidissima che i soliti dietrologi all'italiana cercheranno di spiegare ricorrendo a burattinai impresentabili e alleanze oblique. L'ex ministro smonta una a una le fantomatiche accuse, già evaporate per la loro totale inconsistenza, poi affronta i problemi colossali che affliggono la giustizia e mostra le strade percorse per aggredire le patologie di un mondo sull'orlo del precipizio. Per esempio la mediazione, parola che fa inorridire legioni di avvocati, studiata per abbattere la montagna degli arretrati che la giustizia civile porta sulle spalle come un penitente. Sarà il tempo a giudicare la bontà di queste iniziative e delle norme varate. Oggi Alfano ha cominciato un'altra vita, persino più difficile della precedente.
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