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venerdì 09 maggio 2008, 07:00

Zaia: «All’Agricoltura mi sporcherò le scarpe di terra»

Il neoministro veneto racconta la sua scalata al governo: ho cominciato a far politica nell’officina meccanica di papà

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da Roma

Allora ministro Luca Zaia, come è andato il primo giorno di scuola?
«Una giornata campale, direi. Arrivi lì davanti al capo dello Stato con in mano il testo del giuramento e quasi ti manca la saliva».
L’emozione fa brutti scherzi...
«Non è solo quello. Vede, ci sono molte aspettative da parte degli italiani e a essere sinceri sarebbe da irresponsabili non essere preoccupati a ricoprire un ruolo tanto delicato».
Che le ha detto sua moglie appena saputo della nomina?
«Ha condiviso la mia preoccupazione».
Ministro dell’Agricoltura. E pensare che tredici anni fa, nel 1995, aveva iniziato come assessore all’Agricoltura alla Provincia di Treviso. Come si arriva così in fretta all’ultimo gradino della scala?
«Ho sempre seguito con ostinazione un vecchio detto: “Dall’alba al tramonto, il militante è sempre pronto”».
E lei è un «militante» della Lega. Da sempre?
«Da sempre. In casa circolavano i volantini della Liga veneta. Anche se, a dire il vero, i primi li ho visti nell’officina di mio padre dove veniva spesso Gian Paolo Gobbo, uno dei padri della Liga, che aveva un’azienda che ci riforniva di chiavi inglesi e altre attrezzature. In qualche modo si può dire che in quegli anni la Liga è nata nelle officine meccaniche, non ce n’era una dove Gobbo non facesse proselitismo».
Passo successivo?
«Mi sono candidato nel mio Comune, Godega Sant’Urbano, nel 1993. Poi la Provincia, dove sono stato il più votato».
A Treviso è stato presidente della Provincia per due mandati. Sempre un monocolore leghista.
«La seconda volta con il 70% delle preferenze, evidentemente non avevamo lavorato male».
Chi pensa di dover ringraziare dopo essere arrivato così lontano?
«Gobbo, di certo. E Umberto Bossi che mi ha dato fiducia».
Dalla vicepresidenza del Veneto a un ministero. Si sente pronto a cambiare passo?
«Vorrei continuare a lavorare come facevo prima. Per ottenere risultati e cercare di migliorare il nostro patrimonio agroalimentare bisogna sporcarsi le scarpe di terra. Insomma, meno conferenze e più attività sul campo. A me piace andare per aziende agricole e capire che problemi ci sono».
A Treviso spesso la vedevano per fiere e mercati del bestiame. È lì che ha comprato i sei asini per curare il verde pubblico. La notizia fece il giro del mondo.
«Lo “sfalcio ecologico”. Qualcuno sulle prime ci ha riso sopra. In verità la Provincia ha risparmiato circa 70mila euro».
Ha già in mente da dove cominciare?
«Di idee ne ho molte. Ma voglio aspettare martedì quando ci sarà il passaggio di consegne con il ministro De Castro che mi illustrerà tutti i dossier. Come diceva Einaudi, “conoscere per deliberare”. Sarei uno stolto a pensare di sapere tutto».
In linea di principio un’idea se la sarà fatta...
«Io rappresento un partito che si batte per il federalismo e l’autonomia. E non c’è solo quello istituzionale o fiscale. Nel senso che l’agricoltura non è solo produzione tipica ma anche identità. E questa identità deve essere salvaguardata: è un’opportunità per tutti, per il Nord come per il Sud».
La Lega ha sempre sostenuto con forza la battaglia contro l’Unione europea sulle quote latte...
«Non è l’unica partita aperta. C’è anche il fronte del vino. Con l’Europa dovremo confrontarci».
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