«Abito in un appartamento in via Barrili con mio figlio Remi - ha spiegato Zoran Jovanovic -. Io ho fatto il giardiniere, ma ora compro e vendo auto usate; Remi sa guidare da quando aveva 10 anni ed è fissato con le macchine, per questo lo hanno fermato tante volte per guida senza patente. E, in quelle occasioni, lui ha fornito il suo vero nome ma, quasi sempre, la data di nascita del fratello Goico che è maggiorenne e abita a Busto Arsizio. Il giorno dell'incidente mi aveva promesso che portava il Bmw a un gommista e poi tornava a casa: così non è stato. Con quella vettura - che abbiamo intestato a una donna italiana per poterla vendere visto che le auto degli zingari sono difficili da smerciare perch´ si pensa sempre siano rubate - mio figlio ha investito il vigile. All'inizio mi ha detto di non averlo visto, poi ha proseguito la sua corsa perch´ aveva paura. Quando mi ha telefonato era in preda al panico, bloccato. Papà, ho fatto un disastro mi ha detto».
«Nessuno di noi ha mai promesso 200mila euro alla prestanome affinch´ ci coprisse - ha spiegato ancora il padre -. Come ho già spiegato alla polizia, e come dimostrano le intercettazioni, noi Jovanovic siamo rimasti vittime di un altro nomade nostro amico, la prima persona a cui Remi si è rivolto dopo l'incidente. Lui ci ha chiesto ben 500mila euro per far sparire all'estero la prestanome del Bmw e far scappare Remi. Noi abbiamo rifiutato. In Ungheria Remi ce l'ha portato una donna di 35 anni, una nomade madre di famiglia, per la quale Remi è come un figlio. Quando ha capito di aver ucciso un uomo, mio figlio, disperato, si è rivolto a lei, dicendole di aver litigato con me e di dover sparire dall'Italia. Io? Non l'ho mai coperto. La polizia lo sa. E quando giovedì (domani per chi legge) Remi arriverà qui in Italia, saprete che vi sto dicendo la verità».
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