Ma il vero dubbio è che a Milano finora ci si sia accontentati di una sola parte della ricetta. Quella più amara, fatta solo di tasse e aumenti di tariffe. A partire da quella del tram. E per quanto riguarda le tasse, prima c’è stata quella sulla casa (portata per la seconda all’aliquota massima dalla giunta Pisapia), arriverà il rincaro di quella sull’immondizia e ultimamente è toccato alla Cosap. Sigla oscura per i cittadini, finché non hanno capito che un trasloco sarebbe costato 1.800 euro in più. In attesa che bar e pizzerie dovendo pagare di più per piazzare i tavolini, aumentino il caffè e la margherita. Ammesso che qualcuno abbia ancora voglia di frequentare i locali in centro, dopo che con «Area C», entrarci ora costa ben 5 euro. Una tassa camuffata da lotta allo smog che rischia di desertificare le strade più frequentate. E i negozi. Perché c’è bisogno di essere raffiniati economisti per capire che sono proprio le zone col maggiore appeal, il cuore pulsante dell’economia cittadina? Si può pensare che qualcuno parta magari da Lugano per cenare in periferia? O sarà più probabile pensare a una visita al quadrilatero della moda o al Cenacolo? Facendo magari qualche acquisto nei negozi? E non è forse prevedibile che moltiplicare per otto volte la tassa per girare uno spot pubblicitario o la scena di un film, non allontanerà pubblicitari e registi? Retrocedendo Milano in una serie B molto più difficile da risalire rispetto a quella delle agenzie di rating.
Ingrandisci immagine
