Sfratto numero 24 per il Leoncavallo: ora tratta la Provincia

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Spiegano dal centro sociale che l'ufficiale giudiziario passerà in via Watteau giovedì prossimo, il 14 gennaio. Con la sentenza di sfratto numero 24. «Ma contiamo di ottenere ancora un rinvio, l'ennesimo... ». La storia infinita del Leoncavallo inizia nel 1994, e ora dopo sedici anni di sgomberi minacciati su un'area, quella della fabbrica dismessa in zona Greco occupata senza titolo, si aprono i primi spiragli per risolvere la vicenda. A partire dal tentativo di cercare una sponda nella Provincia di Milano.
«Ci sono degli abboccamenti preliminari che fanno ben sperare - spiega il portavoce di via Watteau, Daniele Farina -. Abbiamo scelto la Provincia perch´ è stato sempre un nostro interlocutore, è un fatto fisiologico. Inoltre potrebbe avere un certo interesse a mantenere le attività che vengono svolte al Leoncavallo anche considerando il bacino di frequenza del centro sociale». Tutto nasce dall'ultima lettera che le Mamme di via Watteau hanno scritto qualche giorno fa rivolgendosi a Guido Podestà nella speranza che lui e la sua giunta «possano svolgere un ruolo assai utile affinch´ Milano veda concretizzarsi una soluzione positiva di questa lunghissima vicenda». Ma si tratta ancora di preliminari, precisa Farina, anche se a giorni ci sarà l'incontro con il presidente della Provincia. «L'interlocuzione si è aperta con Palazzo Isimbardi e sarà quella la direzione. Sarebbe un buon segnale per la città intera».
Un accordo di massima fra la proprietà della fabbrica dismessa, la società immobiliare Cabassi e il Leoncavallo in realtà c'è già e da più di un anno. «Abbiamo proposto una soluzione che è gradita anche ai proprietari che potrebbero traslare le volumetrie di quell'area su un altro intervento». Senza alcun costo per i milanesi e a somma zero per i calcestruzzi. In cambio, il centro sociale verserebbe un affitto di 80mila euro all'anno che potrebbe essere coperto con i soldi ricavati dalle varie attività svolte dalle associazioni del Leonka. «In questa formulazione, è un processo abbastanza facile. È un procedimento urbanistico, materia del Comune di Milano - aggiunge il portavoce -. Ma, pur essendo a costo zero, se non c'è la volontà politica, le cose rimangono ferme». Così come è successo dal 2006 ad oggi, quando si arenato l'ultimo tentativo di risolvere la questione del centro sociale con la precedente giunta Penati. «Da sempre la proprietà dice che non ne può più e anche a ragione. Avrebbero anche trovato delle soluzioni, ma gli interlocutori nicchiano. Per molti anni si è fatta carico di questa vicenda che già Albertini voleva sciogliere». Occupata senza titolo dal 1994, ora all'interno della fabbrica dismessa ci sono sei associazioni, la sede di radio Onda d'urto e una casa editrice libreria, oltre ad altri gruppi formalizzati e non. Tra eventi, concerti e incontri il Leonka ha un fatturato annuo che supera i cinquecentomila euro e circa centomila visitatori all'anno. Di recente, un gruppo di giovani architetti ha elaborato un masterplan per capire le funzioni e gli usi che questo spazio potrebbe avere in vista dell'Expo 2015, trasformandolo in un grande spazio pubblico.
«Negli anni si è sviluppato un rapporto meno conflittuale dell'inizio - conclude Farina -. Ripeto: se c'è la volontà di risolvere la questione, la disponibilità delle parti c'è tutta».

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COMMENTI

1 commenti
#1 ermetere (1551) - lettore
il 08.01.10 alle ore 19:36 scrive:
E ci credo che le parti nicchiano.Cabassi dovrebbe mollare l'area, edificabile, ed in cambio dovrebbe ricevere un'altra area edificabile, con variazioni di cubatura (per le dimensioni più ridotte) ed un affitto compensativo per qualche tempo. Dove sta l'inghippo?E' che l'area in questione non solo al momento non risulta edificabile, ma non è neppure di Cabassi.Appartiene al Comune,che non vede motivo di regalare un terreno ad un privato,per favorire degli abusivi. Peccato che il Prefetto,quando lo cerchi per uno sfratto, nicchia sempre.Quello sì...
Alessandro Sallusti
Per una volta un pm aveva chie­sto di non processare Berlusco­ni. Ma niente, non è basta­to  continua..
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