Gli 007 dei Savoia a caccia dei beni perduti

«Cercheremo un po' dappertutto, anche a Milano». Lo staff di Casa Savoia è già al lavoro per stilare la lista di quelli che furono i possedimenti di Umberto II, confiscati dallo Stato italiano, e che ora gli eredi Vittorio Emanuele e il figlio Emanuele Filiberto vogliono indietro. «Abbiamo iniziato la ricerca dai beni più noti in Piemonte, Toscana e Lazio - dice il portavoce Filippo Bruno Di Tornaforte -, ma non tralasceremo di guardare in Lombardia».
Un patrimonio immenso quello della ex casata reale: inevitabile che tra mura e appezzamenti, ve ne sia più di un rimasuglio anche sotto la Madonnina. I consulenti legali, che fanno capo agli avvocati trevigiani Francesco Murgia e Sergio Calvetti, stanno passando al setaccio gli archivi di Stato, dove sono depositati gli atti di confisca, e i catasti delle maggiori province, a partire da quello milanese. Qui, in via Manin, dove di solito si cercano mappali per calcolare l'Ici o per verificare un acquisto, gli addetti chiedono i fascicoli di proprietà risalenti al 1944, scrivendo nel modulo di richiesta un nome non qualunque: Vittorio Emanuele III. «In effetti, il passaggio di proprietà a Umberto II non è mai stato realizzato ufficialmente - spiega Di Tornaforte -, perciò gli immobili che il Re di Maggio avrebbe dovuto ereditare, poi sequestrati, furono congelati sotto il nome del predecessore».
Ma dove si nascondono i possedimenti lombardi dei Savoia? Secondo i calcoli, il computer dovrebbe restituire le terre del Magentino, confinante con le immense tenute piemontesi della casata. Poi alcuni boschi del Lodigiano, ancora registrati sotto Milano. La ricerca si sposta quindi alle corti di Bergamo, dove il cugino di Vittorio Emanuele III, Adalberto, deteneva il titolo di Duca. Infine nel Mantovano, sede dei terreni agricoli acquisiti tramite gli intrecci matrimoniali con gli stemmi locali. Una ricerca capillare, sterminata, da eseguire ex novo. Stupisce che anche a Casa Savoia debbano passare dai catasti. Forse a causa della scomparsa dei famosi archivi relativi proprio al regno di Vittorio Emanuele III? «Niente affatto - risponde Di Tornaforte -: il motivo è che sono tenute minori, di cui i principi non si curavano. Quello che invece è sbalorditivo - rilancia il portavoce -, è che lo Stato non si sia mai preoccupato di stilare un inventario del genere. Solo i beni dell'Ordine Mauriziano si sa che fine hanno fatto. Gli altri dove sono? Chi li ha?».
L'offensiva giudiziaria è dunque occasione per fare chiarezza sugli ex patrimoni privati della famiglia Savoia, da distinguere da quelli della Corona, sui cui gli eredi non hanno alcun titolo. «Palazzo Reale di Milano ad esempio - spiega Alfredo Canavero, docente di Storia contemporanea alla Statale - era proprietà comunale già dal 1928». Stesso discorso per la Villa Reale di Monza: «Fu dimora prediletta di Umberto I, ma già dagli anni Venti era del Demanio». Canavero avanza però dubbi anche sulla possibilità di riavere gli averi privati: «Una richiesta estemporanea - afferma -, bisognerebbe cambiare ancora la Costituzione». «Anche noi ci appelliamo al diritto - replica dal suo studio l'avvocato Murgia -, in primis alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che tutela da ogni discriminazione. Emanuele Filiberto, che è cittadino italiano - continua il legale -, non può nemmeno comprarsi una casa». Il discorso torna al catasto: chissà se un giorno il rampollo dei Savoia vi potrà veder registrato il proprio nome. Murgia è determinato: «Lo sapremo presto: appena compilata la verifica, passeremo all'azione legale».