Gli 007 fermati a un passo dal capo della mafia

Il Sisde aveva una buona traccia per arrivare al super latitante Matteo
Messina Denaro, ma la procura di Palermo avrebbe preferito prendere
tempo. Un falso «pizzino» trovato nel covo di Provenzano prova che un
infiltrato avrebbe potuto portare gli uomini dei servizi nel
nascondiglio del nuovo boss

Palermo - Dalla cattura post elettorale del capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, a quella inspiegabilmente mancata del suo erede designato, Matteo Messina Denaro. Nel mezzo ci sarebbe un nuovo scontro tra apparati dello Stato che vedrebbe incidentalmente protagonista il generale Mario Mori (in qualità di direttore del Sisde) ancora opposto a quella procura di Palermo che l’ha invano processato per la mancata perquisizione al covo di Totò Riina. Sarebbe l’ennesimo capitolo di una stagione di misteri e di veleni che sembra non finire mai. Una storia dai tantissimi lati oscuri, ancora da decifrare, e che inizierebbe ben prima che la formidabile Squadra Duomo dello Sco individuasse il nascondiglio del superlatitante in contrada Montagna dei Cavalli, alle spalle di Corleone.
Per quel che il Giornale è riuscito a ricostruire, il Sisde, come i carabinieri e soprattutto la polizia, aveva impiegato uomini e mezzi in abbondanza per rintracciare il boss imprendibile intorno al quale la procura di Palermo aveva fatto terra bruciata arrestando, uno dopo l’altro, luogotenenti, killer e messaggeri. L’intelligence civile aveva mandato i suoi uomini migliori in Sicilia, in particolare quelli che indossando una divisa s’erano già occupati di criminalità organizzata avendo dimostrato una particolare «dimestichezza» con le indagini sulle cosche. A forza di battere più piste alla fine il Sisde pensava d’aver trovato il «gancio» giusto per arrivare a ’Zu Binnu attraverso un personaggio vicino al Padrino che s’era dichiarato disponibile a collaborare con lo Stato, in cambio di cosa non si sa. La fonte, come tutte le fonti, sarebbe stata individuata nel Trapanese, coltivata e infine sperimentata. Come? Dettandole uno di quei bigliettini in codice, detti pizzini, con cui l’entourage di Provenzano era solito colloquiare col Capo: il testo concordato tra agenti segreti e fonte interna all’organizzazione mafiosa, stando ad indiscrezioni, avrebbe fatto riferimento ad un preciso appalto. Avere un riscontro a quel pezzo di carta avrebbe certificato la bontà dell’informatore e della pista da battere.
Lanciato l’amo, i giorni e le settimane sarebbero trascorsi nell’attesa che il pesce grosso abboccasse. Il Sisde avrebbe atteso una risposta, che però tardava ad arrivare. Così l’11 aprile dell’anno scorso, solo a urne chiuse, improvvisamente Provenzano finisce nella rete: è catturato dalla polizia in un’anonima masseria di Corleone vigilata sbadatamente da Giovanni Marino, pastore dalla fedina immacolata. Tra rosari, cicoria bollita, ricotte e cd musicali nella disponibilità del Padrino, i segugi dello Sco rintracciano un centinaio di pizzini, vecchi e nuovi, scritti in codice, tutti da decifrare.
La polizia, giustamente, esulta. Il Sisde si congratula, ma è visibilmente spiazzato: compatibilmente con le esigenze degli inquirenti, avrebbe chiesto di poter visionare il contenuto del materiale sequestrato, omettendo di riferire la storia del pizzino taroccato. Il riscontro positivo sul pizzino ritrovato avrebbe convinto il Sisde a utilizzare ancora la gola profonda, che nel frattempo avrebbe fatto sapere d’aver buone possibilità di arrivare anche al boss Matteo Messina Denaro, papabile successore di Provenzano insieme al palermitano Salvatore Lo Piccolo. Così sarebbe partita la caccia al latitante numero due ma qualcosa, inspiegabilmente, si sarebbe inceppato. Su Matteo Messina Denaro il Sisde avrebbe fatto intendere all’autorità giudiziaria di avere il canale giusto ma, inspiegabilmente, non avrebbe trovato sponde in procura. Anzi, secondo alcune indiscrezioni, avrebbe ravvisato una certa ostilità nei colloqui informali con i magistrati già impegnati sul boss Messina Denaro, detto «Diabolik». Visto il precedente del covo di Riina (laddove vennero addebitate ai carabinieri del Ros iniziative non concordate con la procura, che costarono un processo al generale Mori e al capitano Ultimo terminato con doppia assoluzione) proprio per cautelarsi a futura memoria, gli 007 avrebbero registrato le conversazioni di uno o più pm con il «no, grazie, non ci interessa, abbiamo già delegato le indagini ad altri uffici».
Allo stato, anche se la voce delle registrazioni gira vorticosamente a Palazzo, ufficialmente i pm fanno sapere di non saperne nulla. Questi sono i fatti. Ulteriori boatos parlano della «fonte Sisde» già segretamente al servizio della polizia, e dunque ipoteticamente ispiratrice della soffiata su Provenzano. Fonte che qualcuno sostiene esser stata addirittura arrestata (con irritazione del Sisde) dalla procura di Palermo (che invece si dice all’oscuro dell’intera ricostruzione), e qualcun altro sussurra essere solo indagata e di recente perquisita. Ma siamo alle voci. L’intrigo palermitano si arricchisce di un nuovo capitolo ancora tutto da decifrare, e da scrivere. Come un pizzino.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it