Gli 007 di Mastella alle costole del perito che ha inguaiato Prodi

Gli ispettori ministeriali e i difensori degli indagati nell’inchiesta di Catanzaro contestano la consulenza sulle telefonate che riguardano Rutelli, premier e guardasigilli

nostro inviato a Catanzaro

Nessuna delle persone indagate (e non) a Catanzaro, che hanno contattato telefonicamente Antonio Saladino, definito dalla Procura «il deus ex machina dell'articolato progetto criminoso», avevano finora minacciato querele negando l'evidenza riportata in atti. Unica eccezione il vicepremier Francesco Rutelli che con una nota alle agenzie di stampa, ieri ha fatto sapere d'aver «dato mandato ai suoi legali di perseguire il Giornale nelle sedi giudiziarie competenti per l'intollerabile diffamazione nei suoi confronti. Nel titolo “Catanzaro, coinvolto pure Rutelli” - continua la nota - si riporta una notizia falsa e diffamatoria perché Rutelli non è coinvolto in nessun modo nelle vicende penali oggetto delle indagini giudiziaria di Catanzaro».
IL NOME DEL VICEPREMIER
In un modo, in realtà, il nome del vicepremier esce fuori nella consulenza del perito Gioacchino Genchi allorché si parla di «numerosi» contatti telefonici tra Saladino e Rutelli. Così anziché prendersela con i giornalisti, Rutelli avrebbe potuto indirizzare altrove i suoi strali come peraltro stanno facendo sia i difensori di gran parte degli imputati sia gli stessi ispettori ministeriali che in queste ore stanno setacciando gli uffici del Pm Luigi de Magistris (quello che ha indagato Romano Prodi) anche alla ricerca di eventuali irregolarità nel conferimento e nell'espletamento del mandato peritale dove di Rutelli, e Saladino, si parla a pagina 10. Sott'osservazione, infatti, è finito l'incarico al super esperto Genchi che ha firmato la relazione preliminare dove si tirano severe conclusioni su indagati e personaggi politici basandosi sulla mera circolarità, e sulla frequenza, dei contatti telefonici. Poliziotto in aspettativa, esperto in tabulati e sviluppi informatici, Genchi da quindici anni è consulente di punta di numerose procure.
Grazie a lui si è arrivati alla scoperta del tesoro di Provenzano e ai killer di Capaci, attraverso lui Giovanni Falcone alzò il livello di protezione dopo il fallito attentato all'Addaura. Adesso, però, Genchi è nell'occhio del ciclone perché potrebbe essere andato ben oltre i compiti assegnati dal sostituto de Magistris.
COMMENTI NON DOVUTI
Le difese - e anche gli 007 di via Arenula impegnati in queste ore nell'ispezione alla Procura di Catanzaro - avrebbero focalizzato la loro attenzione sull'incarico conferito al consulente tecnico e sullo svolgimento dello stesso anche sulla base di un precedente ratificato dalla Suprema Corte. Che nel confermare un'ordinanza del tribunale di Genova del 2003 - dove si respingeva la liquidazione delle spese degli onorari di un consulente tecnico del pubblico ministero - poneva dei paletti all'attività del consulente. Anche sulla base di questo precedente, le relazioni di Genchi con annesse le sue «considerazioni atecniche», potrebbero rischiare di essere inutilizzabili. Secondo i difensori, infatti, la necessità di non dilatare l'ambito della funzione del perito del Pm risponderebbe a una duplice esigenza: non sostituirsi o sovrapporsi ai carabinieri nello svolgimento delle indagini, che per legge spettano alla sola polizia giudiziaria, né fare valutazioni «non specificamente tecniche» di competenza esclusiva del Pm.
LA BUCCIA DI BANANA
L'affondo nei confronti di Genchi è tutto qui. Certe considerazioni, e certi ragionamenti del perito avallati dal Pm, sia nell'ultima relazione che in quelle immediatamente precedenti - insistono i difensori - avrebbero stravolto i dettami dell'incarico circa la semplice «acquisizione, elaborazione e analisi dei dati di traffico e delle istanze intercettive».
Da una prima lettura delle relazioni peritali, osservano al dicastero di via Arenula, si evincerebbe proprio questo: commenti e valutazioni anziché asettici rilievi tecnici e riscontri probanti sull'attività degli associati del presunto «comitato d'affari». Il riferimento va anche a talune conclusioni riportate sull'ultimo documento depositato dove, ad esempio, a commento di alcuni incroci telefonici e delle trascrizioni di conversazioni intercettate, Genchi scrive: «Queste rendono lo spaccato plastico del modus operandi di Antonio Saladino e degli stretti rapporti con Sandro Gozi (parlamentare dell'Ulivo, ndr). Con questo suo modo di fare e con il più assoluto e totale trasversalismo politico, Saladino si è posto nelle condizioni di potere dare e pretendere qualunque tipo di favore o di servigio dai diversi soggetti politici (politici, ministri, pubblici funzionari) appartenenti a diversi schieramenti politici con i quali è entrato in contatto». E ancora: «Sarebbe un grave errore tentare di attribuire un colore politico a Saladino tirando la coperta dell'indagine da destra, da centro o da sinistra, nel tentativo di strumentalizzare le risultanze. È inutile nascondersi dietro un dito o negare l'evidenza, specie nel considerare la sequela di polemiche, di disinformazioni e di mistificanti strumentalizzazioni, che la necessitata ostensione di alcune limitate risultanze delle indagini, ha determinato nelle scorse settimane». Parole in libertà, commenti non richiesti, conclusioni suffragate da meri indizi e non da solidi riscontri, attaccano i difensori. Che incalzando Genchi e la sua perizia, offrono un assist agli 007 ministeriali a caccia di una buccia di banana su cui far scivolare il pm che ha indagato Prodi e intercettato Mastella.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it