Lo 007 serbo che salvò i kosovari

Dicono si facesse chiamare Mirko, che fosse un agente segreto e che avesse una moglie bellissima. Nient’altro. Di quell’ombra che una notte entrò nel villaggio di Tusus, vicino a Prizren, nel cuore del Kosovo, bussando porta per porta, nessuno ha mai voluto dire più niente. «Ci gridava di scappare - lo racconta chi gli deve la vita - che non c’era tempo da perdere, che loro stavano arrivando». Loro, i serbi. Serbi come Mirko. Quarantott’ore dopo entravano a Tusus, c’era una pulizia etnica da portare a termine, seminarono distruzione ma non la morte che volevano. Perché quattromila kosovari, quasi tutto il paese, era già in marcia verso il confine, verso Kukes, non tutti sani, ma tutti salvi. Mirko li aveva aiutati radunare le proprie cose e a caricarle sui trattori. Era notte, la gente era spaventata, non sapeva se fidarsi. Ma molti gli avevano creduto, qualcosa di lui li aveva convinti a lasciare le proprie cose e a fuggire lontano. Chi non lo aveva fatto non trovò scampo. Perché Mirko a Tusus ci viveva, era uno di loro, ma diverso: «Io ho lavorato in una panetteria con suo fratello - giura una delle sopravvissute -. Era una famiglia straordinaria». E spiega: «Mirko ci ha suggerito di scappare e cercare rifugio vicino Ortokol da dove il passaggio oltre il confine era più facile». Ma c’è chi non lo considera un eroe: «Mi ha salvato la vita ma resta sempre uno sporco serbo». E c’è chi dice lo sgombero degli albanesi dal Kosovo era prassi, che per mandarli via ogni minaccia o ogni scusa fosse buona, che l’alternativa comunque era la morte, che Mirko insomma non fosse diverso dagli altri miliziani di Milosevic. Ma a volte è bello pensare che non sia così.