Gli 007 trasferiscono l’aiutante di Strada in un carcere di Kabul

Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency grazie al quale è stato liberato l’inviato di Repubblica Daniele Mastriogiacomo, sarebbe apparso sabato a una prima udienza preliminare del processo che lo attende a Kabul.
Secondo fonti del Giornale nella capitale afghana, Hanefi, accusato di collusione con i talebani e di reati più gravi, ha assistito a un’udienza procedurale a porte chiuse. La patata bollente del delicato caso sarebbe stata trasferita alla magistratura dai servizi segreti, che detenevano Hanefi fin dal 20 marzo, il giorno dopo la liberazione di Mastrogiacomo. Ma non siamo ancora al processo, il cui inizio è previsto nell’ultima settimana di maggio.
L’udienza è servita a far trasferire l’imputato dalla sede degli interrogatori dei servizi afghani, nel centro di Kabul, al penitenziario di Pol i Charki, alla periferia della capitale.
Il trasferimento sarebbe avvenuto ieri. Il condizionale è d’obbligo in una vicenda così intricata, che rischia di provocare pesanti ripercussioni nei rapporti fra il governo italiano e quello afghano. Hanefi aveva trattato direttamente con il mullah Dadullah su richiesta di Gino Strada, fondatore di Emergency.
L’imputato è accusato non solo di collusione con i talebani nel caso di Mastrogiacomo e Gabriele Torsello, il free lance italiano rapito lo scorso anno nella provincia di Helmand, la stessa in cui è stato ucciso Dadullah. Le imputazioni, basate su prove raccolte dai servizi afghani, che non si sono ancora viste, riguarderebbero anche un appoggio concreto al terrorismo.
Ieri Emergency ha risposto a muso duro alle rivelazioni del Corriere della Sera, che annunciavano l’intenzione del ministero della Sanità di Kabul di requisire i tre ospedali e le 25 cliniche aperte da Strada in Afghanistan. «Solo se Rahmatullah Hanefi fosse libero perché prosciolto, saremmo disponibili a chiarire alcune cose con le autorità afghane, perché le accuse di filo-terrorismo che ci vengono rivolte sono autentiche minacce», ha replicato Carlo Garbagnati, vicepresidente di Emergency.
«Il ministro della Sanità afghano Said Mohammad Fatimieh ci aveva già scritto che intendeva requisire le nostre strutture entro il 21 maggio, al massimo il 25, se non fossimo tornati in Afghanistan», spiega Garbagnati. Sull’uccisione del tagliagole Dadullah, che molti afghani hanno salutato come un lieto evento, il vicepresidente di Emergency mantiene il consueto atteggiamento pacifista: «Quando qualcuno viene ucciso, è sempre un gesto deprecabile. Una morte così violenta rientra nell’assurdità di tutte le guerre».
L’analisi su chi lo sostituirà è ben più discutibile: «Sicuramente, fra i talebani, ci sono diversi personaggi che godono della sua stessa autorevolezza. Non dobbiamo dimenticare - sostiene Garbagnati - che si tratta di una struttura che funziona con legami di parentela, tribali, e non gerarchici come un normale esercito».