«10, 100, 1000 Nassirya»: cori sotto inchiesta

Un pm indaga sul corteo di febbraio organizzato da Rizzo e Diliberto (Pdci), in seguito alla denuncia dell’Associazione vittime del terrorismo

Massimo Malpica

da Roma

C’è un pm della procura di Roma che, a proposito di un presunto avallo allo slogan «10, 100, 1000 Nassirya» tanto caro a un certo «pacifismo», indaga nei confronti di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo, rispettivamente segretario nazionale e capogruppo a Montecitorio dei Comunisti italiani. L’inchiesta nasce dalle polemiche scaturite durante un corteo romano del 18 febbraio scorso. E in particolare dalla denuncia-querela presentata dal presidente dell’Associazione vittime del terrorismo, Bruno Berardi. Quel sabato di febbraio, alla manifestazione organizzata dal Pdci in favore della Palestina poco dopo la vittoria di Hamas alle elezioni, «venivano ostentati impunemente - si legge nella denunzia-querela presentata da Berardi e dal suo avvocato Luciano Randazzo - striscioni inneggianti al terrorismo iracheno», e i manifestanti scandivano «ripetuti e ossessivi slogan» per ricordare i 19 caduti di Nassirya «non certamente come martiri del terrorismo omicida ma come degni depositari di un interesse imperialistico e colonialistico, e come tali giusti obiettivi del terrorismo». Per Berardi e Randazzo quei cori troppo spesso sentiti sono «farneticanti esaltazioni apologetiche di quel brutale attentato», non certo una forma di libera manifestazione del pensiero ma piuttosto «una sorta di incitamento a commettere attentati contro appartenenti alle Forze armate italiane, violando così chiaramente precise norme penali introdotte dalle recenti disposizioni in tema di terrorismo internazionale».
Ma il presidente dell’Associazione vittime del terrorismo solleva un problema ulteriore: quei concetti inaccettabili, spiega, sono stati scanditi sotto forma di slogan di fronte ai vertici del partito dei Comunisti italiani. E la presenza in prima fila dei due politici è grave, per Berardi, proprio perché «esponenti del Parlamento italiano hanno esplicitamente avallato queste frasi e queste manifestazioni di apologia», violando «precise norme penali» ma «anche quel comune senso di pietas che deve caratterizzare il rispetto dei defunti». Ce n’è abbastanza, secondo Berardi e il suo legale, per chiedere di aprire un fascicolo a carico dei due politici e degli «autori» degli slogan per vilipendio delle istituzioni, della nazione e di emblemi dello Stato italiano, oltre che per istigazione a delinquere e per aver organizzato una manifestazione oltraggiosa verso i defunti. Naturalmente l’inchiesta aperta dal pm romano Nicola Maiorano è un atto dovuto in seguito alla querela di Berardi. Motivata, come spiega lui stesso, con la voglia di rompere l’eccessiva indulgenza verso striscioni e slogan offensivi con i caduti di Nassirya.
Quel coro si è sentito in numerose occasioni. Il suo battesimo è «demerito» di un gruppo di animalisti che, manifestando contro un allevamento di cani «beagle» in provincia di Reggio Emilia, il 15 novembre 2003, tre giorni dopo l’assalto ad «Animal House», lo urlò con la variante «Viva viva Nassirya» ai carabinieri che tentavano di sciogliere il presidio. Poi sui muri di Genova, il 3 aprile 2004, compaiono le scritte «mille Nassirya» e «Nassirya there’s a party» al passaggio di un corteo di solidarietà per l’arresto di tre autonomi. Due mesi si manifesta contro Bush a Roma, e dallo spezzone di Cobas, antagonisti e disobbedienti parte ancora il coro «10, 100, 1000 Nassirya». Per Fausto Bertinotti «guardare solo a quell’episodio è come voler vedere solo la pagliuzza e non la trave», ma la condanna è unanime: slogan «raccapricciante», dice Occhetto, ideato e scandito da «cretini e imbecilli», sostiene Violante, mentre Prodi, che diserta la manifestazione, urla: «Vergogna». Il leader dei Cobas, Bernocchi, prende le distanze dallo slogan ma accusa i vertici dell’Ulivo di aver usato il coro come «scusa» per giustificare la propria assenza. E la «tuta bianca» Casarini osserva sdegnato: «È solo uno slogan: siamo ormai arrivati anche a vietare gli slogan?». Pare di no, perché se anche il deputato di An Filippo Ascierto invita a perseguire i responsabili, bastano due settimane per risentire quella macabra cantilena, che stavolta si alza a Mestre dal corteo organizzato dal centro sociale padovano «Gramigna» e dal Comitati proletari per il comunismo. Dal Nord-Est al Sud-Ovest, tocca alla Sicilia, il 2 giugno del 2005, beccarsi l’ennesima variante («Anche in Italia una Nassirya per caramba e polizia») durante una marcia di pacifisti contro la base Usa. Si torna al «10, 100» con lo striscione della «May day parade», in piazza Castello, a Milano, e di nuovo a Roma quando l’auspicio di nuovi attentati viene replicato alla manifestazione citata nella denuncia di Berardi. Per finire martedì scorso, di nuovo a Milano, per il 25 aprile.
Dieci, cento, troppe volte sentito, quello slogan è così di successo da non poter essere casuale. Ed è troppo comodo e facile prendere le distanze solo verbalmente da chi lo scandisce, magari fingendo di cadere dalle nuvole per l’«infamia» di «isolati estremisti». Che nei cortei per la «pace», però, seppur in coda, non mancano mai.