Dopo 10 anni di tira e molla Zara blocca l’asilo italiano

Trieste«A Zara le autorità locali non hanno mai visto di buon occhio l’apertura di un asilo italiano. Questa storia va avanti da 10 anni e adesso che sembrava raggiunta una convergenza si è tornati al punto di partenza». Furio Radin non ha peli sulla lingua nel denunciare al Giornale l’ennesimo stop del comune della città dalmata a una sezione infantile italiana: «Non la volevano e per evitare di aprirla hanno applicato un filtro etnico che è un sopruso». Parlamentare della minoranza italiana nel Sabor, l’assemblea di Zagabria, è pure presidente dell’Unione, che rappresenta la nostra comunità in Slovenia e Croazia con 37mila iscritti, di cui 24mila connazionali dichiarati. In gran parte concentrati in Istria e a Fiume, dove non mancano asili e scuole italiane frequentati pure dai croati.
«Il sindaco, Zvonimir Vrancic, sostiene che non esistono le condizioni per aprire una sezione italiana infantile a Zara perché non ci sono connazionali in città, in quanto i dichiarati sono meno di 100 - racconta Maurizio Tremul, che governa la giunta dell’Unione -. In realtà gli iscritti alla Comunità italiana sono 520, perché esiste ancora un certo timore a ufficializzare la propria appartenenza etnica». Stesso discorso a Spalato, seconda città della Croazia, sulla costa dalmata. «La nostra presenza è storica e oggi ha ancora un senso. Per questo è doveroso aprire l’asilo e in futuro le scuole» incalza Radin.
Prima arrivò l’impero romano e poi i marinai dalmati combatterono a Lepanto nel 1571 contro i turchi, sotto il vessillo veneziano di San Marco. Alla fine della seconda guerra mondiale, di fronte alla vittoria dei comunisti di Tito, 20mila italiani abbandonarono Zara. Lo stilista Ottavio Missoni trascorse la sua infanzia nella «città del maraschino». Arrivato in Italia con 250mila connazionali in fuga, dopo il 1945, divenne sindaco del Libero comune di Zara in esilio.
Il regime titino estirpò il più possibile tradizione e storia italiana in Dalmazia. A Zara furono distrutti a picconate i Leoni di San Marco. Nel 1991, con l’indipendenza gli ultranazionalisti, che si annidavano soprattutto sulle coste dalmate, non erano da meno. Non a caso nel comune di Zara governa l’Hdz, il partito oggi di centrodestra, che evidentemente non in tutta la Croazia si è riformato alla stessa maniera.
I retaggi anti italiani del passato e dieci anni di braccio di ferro con le autorità locali non hanno certo favorito le iscrizioni alla sezione italiana dell’asilo pubblico Sunce di Zara. Nonostante gli ostacoli 13 famiglie avevano comunque presentato domanda a maggio. Dopo 65 anni si era arrivati a un passo dalla riapertura del primo asilo italiano. E invece «è stata impropriamente richiesta l’appartenenza etnica per l’iscrizione alla sezione italiana e in aggiunta hanno applicato criteri molto severi previsti per le sezioni croate», spiega a Il Giornale Maurizio Tremul responsabile della giunta dell’Unione italiana in Slovenia e Croazia. «Per questo motivo alla fine solo tre domande sono state considerate ammissibili - rivela Tremul -. Il comune le ha ritenute insufficienti per aprire una sezione, anche se la legge non stabilisce una soglia minima per gli asili delle minoranze».
Il bello è che l’Unione ha pronti 150mila euro arrivati dall’Italia per strutture, attrezzature e corsi di formazione del personale. I connazionali soprattutto in Istria, a Fiume e in Slovenia possono contare su 11 scuole d’infanzia con 1.500 iscritti. Proprio oggi saranno inaugurate due sezioni italiane negli asili croati del rione Montegrande a Pola, la città che ospita l’Arena romana.
«Nessuna legge prevede il filtro etnico utilizzato a Zara. Si applicherebbe solo nel caso che ci fossero più richieste rispetto ai posti. Potevano tranquillamente accettare le domande d’iscrizione aprendo la sezione italiana» spiega Tremul.
Ma la nostra minoranza non intende cedere. «Noi andiamo avanti. Valuteremo assieme alla Farnesina se aprire un asilo privato a Zara - conferma Tremul -. Il timore è creare un precedente perché in Istria e a Fiume le sezioni italiane fanno parte di strutture pubbliche. E poi il problema è mantenere gli istituti privati».
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