Tra 10 e 15mila i dipendenti a rischio

I sindacati preoccupati chiedono il confronto sul piano industriale

da Milano

Tra dieci e quindicimila posti di lavoro: questo potrebbe essere il prezzo pagato dai dipendenti per la fusione di Banca Intesa e Sanpaolo Imi. Secondo gli analisti di Kbw il taglio riguarderebbe l’11% circa della forza lavoro attuale, quindi diecimila persone, compresi i dipendenti delle agenzie che saranno presumibilmente messe in vendita, per razionalizzare la rete degli sportelli sul territorio. Nel conto entrerebbero anche gli oltre 3mila impiegati delle esattorie, per i quali è già previsto un piano di riassorbimento da parte dello Stato.
Più pessimistiche le stime dell’Associazione azionisti-dipendenti di Banca Intesa, l’Aadbi, che prevede complessivamente 15mila esuberi tra il personale dipendente. «Sicuramente - ha affermato il presidente Giorgio Sortino - verranno tagliate più di 400 filiali sparse soprattutto nell’area del Nord-Est» e quindi bisogna aspettarsi «prepensionamenti attuati su base volontaria con misure di accompagnamento sostenute da incentivi». L’Aadbi afferma comunque di condividere pienamente l’operazione «magistrale, condotta da due Napoleoni della finanza come Passera e Bazoli» e si attende un coinvolgimento attivo nella programmazione del nuovo piano industriale.
La necessità di un confronto per trovare soluzioni condivise anche dai lavoratori è sostenuta con forza anche dai sindacati. Per Cristina Attuati, segretario generale della Fabi, vanno tutelate «le professionalità esistenti nei due gruppi»: e Giuseppe Pavone, presidente della più rappresentativa associazione dei quadri direttivi bancari, la Dircredito, spera che «sia mantenuto il criterio della volontarietà, come è sempre avvenuto al Sanpaolo» in caso di esuberi. Un’ipotesi respinta dal numero uno della Cgil, Guglielmo Epifani, che punta su «riqualificazione e mobilità del personale».