Le 100 candeline dei Servizi inglesi Ma al posto di 007 ora c’è Fantozzi A un secolo dalla nascita gli «spioni» britannici appannati dalle figuracce escono allo scoperto. Ma con un burocrate rotondetto: e il mito crolla

PERPLESSITÀ La mosse choc: annunci commerciali per reclutare spie. Requisiti richiesti: «Essere sensibili»

Il mio nome è Bond, James Bond. Ho compiuto cento anni. E li dimostro tutti. Ma non è colpa di Sean Connery, né di Ian Fleming. Anzi. Se il mondo conserva ancora un’immagine dorata ed esotica della vita degli agenti segreti inglesi, il merito è tutto del papà letterario di Bond e del suo volto cinematografico.
Il servizio di intelligence inglese di cui 007 è il simbolo, fu battezzato esattamente cento anni fa, nel 1909. La pietra miliare è la lettera con cui l’ammiraglio Bethell annunciava «una buona proposta» a Mansfield Cumming, mitico primo capo del Sis, Secret intelligence service. Il logo originale dell’agenzia, una «C» verde, con un cervello e la scritta «Semper Occultus», derivano dall’abitudine di Cumming di siglare i documenti con l’iniziale del proprio cognome in inchiostro verde. Suggestivo quanto basta a identificare come «C», da allora in avanti, i capi dell’agenzia (nei romanzi di Fleming il numero uno in codice invece è «M»).
Il Sis, diviso in Mi5 (sicurezza esterna e controspionaggio) e il più famoso Mi6 (sicurezza esterna), nell’immaginario collettivo si lega anche alla caccia ai codici cifrati delle comunicazioni naziste durante la Seconda guerra mondiale e alle operazioni sotto copertura al di là della Cortina di ferro, due fasi in cui gli agenti al soldo di Sua Maestà raccolsero molti successi. In realtà anche in quell’epoca qualche infortunio non è mancato: come il «caso Venlo», dal nome della cittadina olandese dove due spie furono rapite dopo esser cadute nella trappola degli ufficiali nazisti che si fingevano pronti a tradire Hitler. Oppure lo scandalo di Harold «Kim» Philby, per due anni a capo dell’R5, la sezione di controspionaggio, finché non si scoprì che il suo stipendio migliore era in rubli, non in sterline. Eppure fino alla caduta del Muro l’Mi6 continuava a godere di una reputazione a prova di microspia.
Da metà degli anni ’80 però il bilancio ha continuato a pendere dalla parte degli svarioni. Il primo capitombolo fu la «Candida autobiografia di una spia» scritta da un ex alto ufficiale, Peter Wright. Più che le rivelazioni del libro, a essere devastante fu la pubblicità che il governo di Londra gli regalò tentando a ogni costo di censurarlo. Dieci anni dopo il trasloco nella nuova non proprio discreta sede di Vauxhall Cross, a Londra, costata oltre 150 milioni di sterline.
E poi l’accusa mai provata ma troppo intrigante per non scolpirsi nella testa dell’opinione pubblica mondiale: aver fatto fuori l’amatissima Lady D. Infine lo scandalo delle false prove sulle armi di distruzione di massa, la cui fabbricazione fu attribuita proprio agli spioni di Londra.
Un’infilata di figuracce che avrebbe incurvato anche il sopracciglio sexy di Sean Connery, figurarsi l’ultimo muscolare emulo, Daniel Craig. La strategia mediatica intrapresa per rifarsi il look ha peggiorato le cose. Prima la novità choc degli annunci cercasi spie «riservate, sensibili verso gli altri e aperte a nuove idee». E che sono, assistenti sociali? Poi il sito web con l’enunciazione di principi come «il servizio non uccide persone né organizza la loro eliminazione». E infine la spia è uscita dal freddo mostrando il proprio volto. Quello rotondetto di Jonathan Evans, numero uno dell’Mi5, primo nella storia a concedere un’intervista. Ed è stata una débâcle. Per rendere il clima più informale Evans, si è presentato in pelata e camicia a scacchi con le maniche tirate su. Insomma, anziché James Bond ai giornalisti è apparso Fantozzi. E tanto per assestare l’ultimo colpo al mito, ha dichiarato che le spie in tv «vanno vestite meglio e sono più onnipotenti».