A 11 minatori dilettanti il primo mondiale per club

Pensare che per loro Yokohama era Torino. Ci avevano messo due giorni e due notti per arrivarci, dormendo in treno, uno appoggiato all’altro, scaldandosi col gin. Sbarcarono suonati, come atterrati su un altro mondo, col fuso orario sottosopra, era la prima volta che viaggiavano, c’era la banda ad aspettarli e centinaia di persone a gridare «viva l’Arsenal, viva l’Arsenal». Ridevano felici, sotto i baffoni a manubrio, nessuno li aveva mai trattati così, come re d’Inghilterra. E pensare che nemmeno erano l’Arsenal. Si chiamavano «Ticer» Thomas, «Creshie» Crawford, «Tot» Gubbins, ma non li conosceva nessuno, nemmeno fuori dal villaggio da dove venivano, West Auckland, vicino a Darlington, contea di Durham, nord dell’Inghilterra, se mettevi insieme tutti gli abitanti non facevi un capannone della Fiat. Erano undici contati, perché le riserve nel 1909 nemmeno esistevano, lavoravano dieci ore al giorno, sottoterra, nel buio polveroso delle miniere di carbone, undici minatori che per arrivare fin lì, al primo campionato del mondo per club, si erano pagati il viaggio vendendo parte dei mobili di casa, facendo debiti in giro, rinunciando a una settimana di paga. Toccò a loro che erano terz’ultimi nella Northern League, la lega dilettanti, rappresentare la Gran Bretagna, perché i professionisti già allora avevano i calendari intasati di partite, toccò a loro che erano in fondo alla classifica, alla miniera, alla vita, partire volontari.
Il Trofeo mondiale di calcio se l’era inventato Sir Thomas Lipton, re scozzese del tè, alla prima edizione nel 1909 c’erano lo Stoccarda, gli svizzeri del Winterthur e il Torino, alla seconda anche i Red Stars Zurigo e la Juventus, tutti professionisti, tranne i minatori. Ma era un’occasione, decisero di giocarsela, anche se sapevano che non sarebbe stato facile, ma cosa nella loro vita lo era stato? Batterono lo Stoccarda 2-0 poi, stesso punteggio, il Winterthur in finale, due anni dopo toccò allo Zurigo e in finale i minatori fecero nera la Signora, 6-1 alla Juventus, a Torino, davanti a 20mila persone, nemmeno uno tifava per loro.
Pagarono cara però quella la vittoria. Premi, incassi e compensi rubati prima di salire sul treno. Telegrafarono alla padrona del pub dove si radunavano a bere birra fuori dalla miniera. «Vi pago il ritorno - fu la risposta - ma la coppa del mondo la voglio io», se non fosse che a Parigi sparì pure la coppa, che ritrovarono, chissà come, prima di imbarcarsi. Soltanto mezzo secolo dopo una colletta popolare la riportò al circolo dei lavoratori di West Auckland prima di sparire stavolta per sempre nel 1994, nemmeno una taglia di duemila sterline la riportò a casa, ma un film raccontò quel manipolo di eroi strampalati «World Champion: A Captain's Tale» che la Bbc mandò in onda come anteprima del mundial di Spagna. A Torino non tornarono più, chi vinceva la coppa del mondo per due volte la teneva per sempre. West Auckland oggi gioca ancora lì, nella Northern League, tra amatori e studenti, se fa cento spettatori a partita è già tanto, non ci sono più minatori perché i pozzi li hanno chiusi da anni ma tre postini, un venditore di tappeti, un pescivendolo e un paio di agricoltori. Ancora terz’ultimi. Ma sono sempre una miniera di campioni...