Al «118» è emergenza: chi soccorre i soccorritori?

Drammatiche le condizioni strutturali della sala operativa del numero unico regionale nelle ex lavanderie del San Camillo

È considerata la terza centrale operativa d’Europa, per importanza e bacino d’utenza, dopo Londra e Parigi. Ma pochi sanno che la sala operativa del 118 di Roma e del Lazio, quella che gestisce oltre 2500 chiamate giornaliere di soccorso, quella a cui è persino demandato il compito di «manovrare» le maxi-emergenze nella regione, in realtà, fa i conti ogni giorno con problemi «da trincea»: topi che le rosicchiano i cavi telefonici ed elettrici, soffitti pericolanti, infiltrazioni d’acqua ovunque, ambienti sporchi e malsani, luce naturale inesistente, software obsoleti o, comunque, inadeguati.
Capita persino che il computer indichi in automatico all’operatore di inviare un’ambulanza di Bracciano per un intervento in pieno centro nella Capitale; ed è la prassi, invece, che dall’altro capo del ponte-radio, l’infermiere dell’ambulanza sottragga preziosi minuti al soccorso, costretto a compilare a mano la scheda d’intervento prima di muoversi. Così come non c’è da stupirsi se succede di assistere all’impietosa scena di due addetti allo smistamento dei soccorsi litigarsi l’unico stradario cartaceo disponibile in centrale, ultrausato e decisamente malconcio.
Forse il «destino» della sala operativa del servizio d’emergenza regionale era già scritto al momento della sua inaugurazione, nel febbraio del ’95. Quando gli allora dirigenti del numero unico appena istituito, stabilirono che la sede della sala coordinatrice dei soccorsi fosse relegata nientemeno che nei vecchi locali dell’ex lavanderia dell’azienda sanitaria San Camillo Forlanini. Locali riadattati, sì. Ma comunque ancora ben lontani dagli standard dettati dalla legge 626 sulla sicurezza sul lavoro, poco «dignitosi» e non sufficientemente sistemati.
A dodici anni di distanza la situazione è ormai al collasso. Il crollo, in due diverse occasioni, negli ultimi due anni, di parte del controsoffitto della sala triage e del box dov’è ospitato il medico, ne è testimonianza. E nell’ex lavanderia molti ricordano ancora l’allagamento della sala, «quando a terra c’erano dieci centimetri d’acqua e gli operatori pur di non sospendere il servizio erano alle loro postazioni come sempre, coi fili che correvano dappertutto sul pavimento e il rischio di un corto circuito e di qualche scarica elettrica». E dire che molti hanno scelto il lavoro dietro al terminale, stanchi dei pericoli della vita «da strada», a bordo di mezzi di soccorso perennemente in sirena.
Basta dare un’occhiata all’interno dei locali: il controsoffitto è un mosaico in cui mancano sempre più tessere. Si rattoppa come si può, il rischio è che i topi calino dall’alto... Poi c’è l’impianto di condizionamento ambientale, fatiscente. Le bocchette sono divelte, altre chiuse con la carta perchè emettono continuamente aria troppo fredda. Non basta. Dappertutto, poi, è un groviglio di cavi e fili, prese «volanti» e insicure, centraline telefoniche scoperchiate e penzoloni. Fili sotto le scrivanie, sopra i desk, per terra. Altro che moderna centrale telematica.
Su sedie che sembrano «scheletri» trascorrono le loro dodici ore di turno (straordinari a parte), nelle 24 ore, i 4 operatori che gestiscono direttamente la movimentazione delle ambulanze e gli 8 che sono al telefono. O meglio, che dovrebbero essere al telefono. Perchè in genere sono sempre 6 o 7 a ricevere un carico di Sos che è, in media, di una ogni due minuti, ma con picchi altissimi durante le ore «calde» della giornata.
Fino a tre anni fa, quando un cittadino chiamava, il computer analizzava e registrava direttamente il numero dell’apparecchio, fisso o mobile, dal quale era stato composto il 118. Utilità, però, a pagamento che l’azienda, conti di ragioneria alla mano, ha deciso di tagliare con la scure. E oggi c’è chi impreca: «Chi chiama spesso è disperato e, nel panico, non ricorda nemmeno dove abita. Se si interrompe la comunicazione manca il filo diretto fondamentale per rendere efficiente il soccorso».
Dodici operatori che per la pianta organica dovrebbero essere almeno 15/20, suddivisi in una grande sala che, a raggiera, conduce a box separati. Ma tutti gli ambienti sono senza luce dall’esterno. Nessuna finestra in cui filtri l’illuminazione naturale per chi trascorre lunghissime ore davanti a un video-terminale.
Questa, dunque, è la sala operativa. C’è da chiedersi: chi soccorrerà il 118?
alemarani@tiscali.it