120 anni dopo, la Lanterna faro del genio decadente di Campana

Nell’anniversario della nascita omaggio al toscano cantore di genovesità

Alessandro Massobrio

A vederlo così, di primo acchito, non lo si sarebbe detto un poeta: Almeno secondo quella iconografia romantica che del poeta ci fornisce una immagine diafana e sfocata: occhi azzurri, capelli biondi un poco lunghi sul collo, aspetto smilzo, occhi sognanti.
Dino Campana, invece, a giudizio di colui che gli giocò - certo, inconsapevolmente - il peggiore scherzo della vita (mi riferisco ad Ardengo Soffici), ma a cui siamo al contempo debitori delle più lucide analisi psicologiche del personaggio, del poeta tradizionalmente inteso non aveva nessun tratto in comune.
Semmai del marinaio, dell'uomo d'azione, del vagabondo che la sera si corica tirandosi sin sopra gli occhi la coperta del cielo trapunta di stelle. Insomma, una sorta di Martin Eden, come nel celebre romanzo omonimo di Jack London. Che fa del suo protagonista un marinaio dalla penna facile, che entra nella prima casa editrice che incontra con la convinzione che i suoi racconti non avranno difficoltà ad essere pubblicati seduta stante. Ed intanto, con le larghe spalle, abituate alla vela di trinchetto più che a carta e penna, abbatte e sconvolge libri e cataste di fogli. Che da una vita avevano dormito saporitamente sotto la polvere.
Campana «era un uomo giovane, di una venticinquina d'anni, tarchiato, con capelli e barba di un biondo acceso, la faccia piena e di color roseo, illuminata da un paio d'occhi celesti, che esprimevano ad un tempo sincerità e timidezza come quelli di certi bambini e gente campagnola. Nell'insieme la sua figura somigliava a taluni ritratti di Rubens, specie ad uno che esiste al Museo di Napoli…».
Così, «privo di qualsiasi soprabito che lo riparasse dal gran freddo», con «in testa un cappellaccio che somigliava ad un pentolino e addosso una giubba di mezzalana color nocciuola», il nostro uomo fece il suo ingresso nella redazione della rivista Lacerba.
Soffici, che in quel momento era solo e teneva probabilmente il capo basso, sepolto sotto qualche incartamento, che stava cercando di decifrare, si accorse della presenza di un estraneo forse dal ciangottare dei piedi dell'omone «in un paio di scarpe sdotte e scalcagnate». Alzò così cautamente lo sguardo e, al di sopra di quelle rudimentali calzature, vide «sventolare», intorno a certi polpacci «ercolini», «i gambali di certi pantaloni troppo corti per lui».
Insomma, come poi ebbe a confermare Cecchi, una sorta di «fauno insaccato in miseri panni di fustagno». Che cosa i due si dissero è possibile soltanto immaginare. Probabilmente Soffici, che di tipi strani se ne intendeva ma così strani non ne aveva forse incontrati mai, domandò allo sconosciuto chi o che cosa cercasse in redazione, rimanendo probabilmente fulminato dallo risposta dell'altro. Che gli porse, senza fiatare o tutt'al più con qualche breve parola di commento, una sorta di taccuino che cavò fuori da una tasca, il cui fondo non doveva conoscere la luce del giorno.
Il libricino ammontava esattamente - come avrebbe annotato molto più tardi, il 17 giugno del 1971, Mario Luzi sul Corriere della sera - a sessantanove pagine «di scrittura accurata, evidentemente una bella copia, salvo pentimenti, correzioni, cancellature anche ampie, soppressioni di parti indicate da freghi».
Erano l'unica, o meglio, l'ultima elaborazione di uno degli indiscussi capolavori del novecento, quei Canti orfici, grazie a cui la poesia italiana compiva il gran balzo che ancora la attardava sulla riva del tardo classicismo carducciano e dannunziano per approdare dall'altra parte. La parte dove il genio degli Ezra Pound, degli Eliott e dei Rimbaud già galoppava a briglia sciolta. Eppure, inspiegabilmente, il libretto andò perduto.
Soffici lo squadrò, lo soppesò, si rese subito conto, da quel gran conoscitore di uomini e capolavori, che qualcosa di estremamente grande stava nascosto là sotto, ma proprio per la probabile eccezionalità della scoperta pensò bene di soprassedere, di leggerlo e farlo leggere con calma, di emettere il giudizio con la dovuta cautela. Che intanto quella specie di marinaio aspettasse qualche tempo e poi ripassasse. Ne avrebbero riparlato poi.
Se non che, «dopo quel primo colloquio», lo strano visitatore «non s'era più fatto vedere, non aveva dato più segno di vita né con ambasciate né con lettere; era insomma sparito del tutto». Ritornò - è vero - a Firenze l'anno seguente e parlò ancora con Soffici ma non chiese del taccuino. Finalmente, nel 1914, si ricordò del suo prezioso libretto e pretese che gli fosse restituito per posta, ma, nel frattempo, un trasloco, la confusione, il mare di carte e volumi avevano come inghiottito i Canti orfici e Soffici fu costretto «a scusarsi di non poterglielo mandare». Avrebbe cercato, avrebbe guardato. Insomma, prendeva tempo.
Campana fu colpito dalla vicenda come da una revolverata. La sua mente, già scossa, già sconvolta da quel mondo instabile come l'oceano in cui qualcuno lo aveva fatto nascere, cominciò a disancorarsi del tutto dai moli della realtà. L'unica idea - centrale, assoluta, non procrastinabile - consisteva nel ricostruire, ricomporre con l'aiuto della memoria la sua raccolta di liriche. Ma siccome era un poeta e non un computer, la sua ricostruzione fu, per così dire, creativa. Egli riscrisse e, senza dubbio alcuno, migliorò, alleggerì di zavorra, rese più leggere ed universali quelle visioni che il delirio gli aveva dettato.
Solo che lo sforzo gli fu fatale. È vero che nell'estate del 1914 il libro apparve finalmente nelle vetrine e Campana stesso provvide alla distribuzione a modo suo («Un individuo simpatico e giudicato intelligente - annota ancora Soffici - poteva magari ottenere i Canti con la firma autografa del poeta; un sempliciotto borghese riceveva il libro secco secco, se non pure privato del frontespizio e della copertina incriminati; se poi si trattava di un filisteo evidentemente estraneo alle arti, Campana non glielo dava se prima non ne aveva strappato davanti a lui quelle pagine che riteneva troppo alte…»), ma ormai la parabola discendente era iniziata per il poeta di Marradi.
Dopo un amore contrastato e turbinoso con Sibilla Aleramo, Campana cercò di arruolarsi come volontario all'inizio della Grande Guerra, ma fu riformato per le sue condizioni mentali. Ai primi di gennaio del 1918, fu ricoverato all'Ospedale psichiatrico di Castel Pulci, presso Badia a Settimo e non ne uscì più. Si sarebbe spento tra allucinazioni e deliri alla fine di febbraio del 1932.
Ma chi era in realtà Dino Campana, questo figlio estremo del decadentismo europeo, forse il migliore discepolo di Rimbaud e Baudelaire, anima solitaria e visionaria che, perduta le fede, aveva fatto di Nietzsche il suo unico profeta? Era e rimane l'icona dell'uomo contemporaneo, dello sradicato, del singolo circondato da un mondo vorticoso, a cui se è impossibile imporre un senso, è invece possibile, per la frazione di un istante, imporre, attraverso la parola, una sorta di magica immobilità. Quella che il verso avrà poi il compito di chiudere nella sua eterna prigione di cristallo.
Studente di chimica senza vocazione, con la vocazione invece del randagio e del nomade (avrebbe vagabondato per Francia, Stati Uniti, Argentina ed Uruguay), Campana, di cui ricorre proprio in questi giorni il 120º anniversario della nascita - 20 agosto 1885 - aveva in comune con colui che abbiamo definito il suo filosofo ed il suo profeta, Federico Nietzsche, l'amore e la passione per un'unica città: Genova.
A Genova, dove si era fermato in attesa di imbarco non poche volte, aveva riservato un sogno. Quello di eternarne la bellezza ed il fascino misterioso in un poemetto, che venne ripreso e rivisto infinite volte e di cui possediamo, nei Taccuini ed abbozzi, ben tre versioni differenti.
In quella più estesa, che comincia «Per i vichi marini…» il procedimento di straniamento dionisiaco del lirismo campaniano segue la più classica delle linee di sviluppo.
Il poeta è solo. Egli avanza in una sera d'inverno tra i fanali del centro, che in qualche modo gli paiono possedere qualche analogia con i pennoni dei bastimenti in rada.
Per i vichi marini nell'ambigua/ Sera cacciava il vento tra i fanali. /Preludii del groviglio delle navi:/ I palazzi marini avean bianchi/ Arabeschi nell'ombra illanguidita/ Ed andavamo io e la sera ambigue/ Ed io gli occhi alzavo su ai mille/ e mille e mille occhi benevoli/ Delle Chimere nei cieli…
Le chimere, i favolosi animali, cantati da Carducci e D'Annunzio, ora, nella fantasia visionaria di Campana, davvero popolano i cieli. Ed il poeta scrutandone l'ineffabile volto, avverte d'improvviso la fragilità dell'umana ragione. Sente la parola perdere il proprio significato ed il suo canto diventa come una sorta di disco, rauco e sconnesso, che nel silenzio della sera di Liguria ripete incessantemente il suo grido senza speranza.
Quando/ Melodiosamente / D'alto sale, il vento come bianca finse una visione di Grazia/ Come dalla vicenda infaticabile/ De le nuvole e de le stelle entro il cielo serale / Dentro il vico marino in alto sale…/ Dentro il vico marino che rosse in alto sale…
Che cosa sale verso l'alto? Dino Campana non ha mai voluto o potuto confidarcelo.