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di «Dicono che Berlusconi stia davvero per dimettersi». Per quasi tutto il giorno il sentimento che si percepisce nel cuore di Roma, intorno ai palazzi del potere, nelle parole rubate lungo le strade dello shopping, da via del Corso fino al Pantheon, è questa sorta di incredulità. Sembra un sabato qualunque, con la signora che grida al marito: «Eccola la sciarpa che ti dicevo, quella in vetrina da 350 euro». La crisi c’è, ma oggi quasi non si vede. Le stesse facce stralunate, con la barba fatta male, un po’ imbambolate, di chi pensa che lunedì sarà un giorno diverso e loro da anni hanno perso la bussola per orientarsi, le ritrovi a Montecitorio, dove alla Buvette puoi ancora bere un succo di frutta pagando un euro e una pasta cinquanta centesimi. Questo limbo, dove si vota e si litiga, mentre con una mano sulla coscienza si vota la legge di stabilità è ancora un altro mondo. Il fatto che il governo Berlusconi sia al capolinea lo si intuisce solo dalle ministre vestite tutte in nero. Non si sono messe d’accordo, è davvero un caso, ma tutti gli altri non fanno altro che notarlo. La verità è che dopo diciotto anni di berlusconismo i parlamentari, a destra e sinistra, si sentono nudi. Spaesati. Hanno vissuto per troppo tempo in questo canovaccio, la parte era semplice: pro o contro il Cavaliere. Andavano in tv a ripetere le solite battute, ognuno con la sua maschera e il suo ruolo codificato, come nella commedia dell’arte. Ora gli tocca fare politica, molti di loro si interrogano: ma sarò capace di farla?
Qualcosa in effetti sta cambiando, ma questo sabato non segna la fine di Berlusconi come politico. Il Cavaliere sta in aula e non rinuncia a perdersi uno spettacolo che gli fa scoppiare le vene. C’è rabbia controllata nel suo volto. Non verso quello che sta accadendo, ma per le parole di quelli che lui considera traditori. Lo ha scritto su un foglio giorni fa e ancora non gli è passata. È delusione e fastidio. Diventa evidente quando Antonione si mette a comiziare. Il Cavaliere lo vede come il simbolo di tutti quelli che lui ha tirato fuori dall’anonimato e gli hanno voltato le spalle in piena burrasca. È una cosa che non accetta. Ma chi pensa che Berlusconi sia pronto ad uscire di scena si sbaglia. Questa giornata non è il suo addio alla politica. Non così, non con questo malanimo che si sente in corpo. Qui, in questo Parlamento di nominati, quello che muore è il berlusconismo. È la fine di un patto tra Berlusconi e di tutti quelli che con Berlusconi si sono ritrovati in mano una carriera politica. Qualunque sia il futuro politico del Cavaliere, qualcosa si è rotto per sempre. Questa è stata l’ultima maggioranza berlusconiana.
Le immagini del passato corrono veloci. Sono i frame di questi diciotto anni di vita italiana. Il vuoto del dopo Tangentopoli, Berlusconi che all’Euromercato di Casalecchio di Reno rivela il suo voto virtuale per Fini come sindaco di Roma, l’apparizione di Forza Italia, la macchina da guerra di Occhetto che si frantuma, una sconfitta che per la sinistra diventa un contropassato prossimo, l’incrocio della storia mancato e verso cui ritornare. In tutti questi anni intellettuali e politici della sinistra hanno cercato di riparare quell’errore della storia, come se quella fosse stata la grande ingiustizia da cancellare e tutta la loro politica è diventata una corsa affannosa per ridare un senso alla storia, sacrificando in questo identità, futuro, fortuna, saggezza. Tutti questi anni sono diventati un lungo duello tra berlusconiani e antiberlusconiani. Tutto, ogni progetto, ogni sacrificio, ogni riforma, affogava in questa dicotomia, come se il confronto politico ammettesse solo una soluzione binaria: bianco o nero, zero o uno, luce o buio.
Il paradosso è che in questa sfida nessuno è riuscito a vincere realmente. Il Berlusconi del ’94 viene disarcionato dal ribaltone leghista e cade sul primo tentativo di riforma delle pensioni, con il sindacato in piazza e i giornali a fare grancassa. La parentesi di Dini è un colpo di mano del presidente Scalfaro. La vittoria elettorale di Prodi ha già nel suo Dna il difetto di fabbrica. Prodi per due volte riesce a sconfiggere Berlusconi, ma quello che non sa o può fare è governare. La sua coalizione si sfarina non appena prova a disegnare uno straccio di linea politica, le contraddizioni e le gelosie della sinistra sfasciano tutto. In tutti questi anni non c’è mai stata un’alternativa compatta e credibile a Berlusconi. Ma lo stesso Cavaliere non riesce a governare. Berlusconi appena mette piede a Palazzo Chigi risveglia la rabbia e il rancore di tutti quelli che lo considerano un soggetto politico illegittimo. Non lo riconoscono come volto dell’Italia. L’Italia di Berlusconi, dicono, è una malattia, un virus, uno sputtanamento e in questi ultimi anni perfino una dittatura. L’imperativo è farlo cadere con ogni mezzo. E questa volta lui risponde senza più nascondere i suoi punti deboli. Anzi, sembra quasi sbatterli in faccia ai suoi avversari. Senza compromessi, senza tener conto del danno politico che arriva dal Bunga-Bunga o dalle Minetti. L’unica strategia è scardinare colpo su colpo quello che considera un’assedio giudiziario e mediatico. Solo che a un certo punto si ritrova a fare i conti con la crisi, con la sua immagine internazionale sconquassata dal gossip globale, con gli assalti dei corsari della finanza alla preda Italia. Il Berlusconi arroccato per tre anni non governa, si difende. Quando prova a uscire dall’angolo è troppo tardi.
Il berlusconismo va oltre Berlusconi. È questa stagione segnata dalla personalità più forte. Berlusconismo è Fini, è D’Alema, è Prodi, è Vendola, è Di Pietro, è Bossi. Sono questi quasi vent’anni ed è una storia di speranze rimaste lì a mezz’aria, di un salto incompiuto, di due Italie che non si riconoscono, di alleanze troppo deboli per durare, dove ogni partito gioca a frenare o a far cadere quello più grande. È un’Italia dove i veti vincono sui sogni, dove gli interessi sono sempre lobbistici o territoriali. È un’Italia che assomiglia alla Firenze dantesca, ma dove non si intravede la speranza di un rinascimento. È tutta colpa di Berlusconi? Troppo facile. E si vedrà adesso che non ci sono più alibi e ognuno dovrà fare i conti con la propria storia. A Montecitorio i «finiani» brindano, ma il loro capo dovrà mostrare cosa c’è sotto il doppiopetto blu. Il Di Pietro spaesato dovrà improvvisare un’altra identità e questa volta non se la cava con un «che ci azzecca». Il Pdl non potrà più nascondersi, Bersani dovrà costruire un’alternativa e Casini uscire dal gioco del doppio forno. Quella di Monti sembra una coperta corta. Non ripara tutti. A Montecitorio gli onorevoli non riescono a immaginare il futuro. Forse hanno perfino un po’ di paura. Il rischio è dover dare ragione a Stanislaw Jerzy Lec: «È facilissimo trasformare le marionette in impiccati. Le corde ci sono già».