Il 13 giugno l’ultima rappresentazione del capolavoro di Rossini: giovedì, sempre agli Arcimboldi, in scena l’opera di Paisiello SHAMMAH Un «Barbiere» all’antica

Suona l’orchestra dei Pomeriggi musicali

Igor Principe

Dici Barbiere di Siviglia e pensi a Gioacchino Rossini, e al suo immortale Figaro. Ma provando a superare gli scherzi della storia, che si diverte a rendere universalmente note alcune opere e a relegarne altre nel cantuccio del materiale per melomani, si scopre, appunto, l'"altro" Barbiere. È quello di Giovanni Paisiello, cronologicamente anteriore al capolavoro rossiniano ma molto amato dal pubblico di allora. Tanto che, quando il pesarese mette in scena la sua opera, nel 1816, alcuni fan del collega lo accusano di oltraggio alla memoria. C'è un motivo: è il 1816, e Paisiello è appena passato a miglior vita.
Rimanendo in tema di memoria, è invece un bell'omaggio quello che Paolo Arcà, direttore artistico del Teatro degli Arcimboldi, ha voluto rendere ai due autori inserendo nel programma stagionale entrambi i Barbieri. Con Rossini ci si è cimentata la Scala. Per Paisiello ci ha pensato Andrée Ruth Shammah. Il 22 e il 23 giugno va in scena un suo allestimento, con la direzione musicale di Antonello Manacorda e l'Orchestra dei Pomeriggi Musicali. C'è tuttavia un nome, nella squadra di artisti e tecnici coinvolti nel lavoro, che salta all'occhio mettendo in moto i ricordi e mandandoli ai nomi che incarnano un'identità milanese: Emilio Tadini.
Pittore e al contempo letterato, Tadini ha firmato nella sua vita una sola scenografia, e proprio per questo Barbiere. «Era il 1998, allestimmo l'opera al teatro Fraschini di Pavia e chiesi ad Emilio di fare anche da costumista», racconta Shammah. «Capì al volo la mia idea - prosegue la regista -, realizzando uno spazio essenziale e astratto. Una sorta di luogo senza tempo, in cui quanto accadeva sulla scena fosse più leggibile del solito. E in cui egli potesse esprimere al meglio il suo tratto pittorico. Per rendere lo spirito del Settecento gli bastò fare ricorso a tricorni colorati, in cui si rispecchiasse lo spirito libertario dell'epoca».
Ora che Tadini non c'è più - è scomparso nel settembre di quattro anni fa - Andrée Shammah ha a sua volta ideato un ennesimo omaggio alla memoria, immaginando per lui citazioni direttamente individuabili sulla scena degli Arcimboldi. E, con ciò, portando una ventata di novità rispetto a quanto si vide nel '98 al Fraschini. «In origine, sul palco apparivano mimi-figuranti vestiti di nero - dice -. Ora li ho voluti vestire secondo lo stile di Emilio: giacche sahariane, pantaloni con ampie tasche a vista. È il mio modo di rendere effettiva la sua presenza sul palco, e di far rivivere un amico che considero appartenente ad una razza estinta».
Il cambio di immagine rivitalizza i mimi, e con loro l'opera. Se prima, in nero, erano semplici comparse, ora la mise alla Tadini ne fa elementi vivi del racconto, autori di gesti pienamente inseriti in una dinamica teatrale che coinvolge tutti, ad ogni livello. «Ai cantanti ho chiesto di essere anche attori, di mostrare particolari qualità espressive, così da dare un proprio rilievo ai recitativi - spiega la regista -. E ho chiesto loro anche una gestualità controllata, per stabilire relazioni controllate con i mimi. Questi ultimi godono di una particolare autonomia: di volta in volta sono attrezzisti, rumoristi, intervengono per porgere oggetti. Insomma, partecipano alla creazione dell'atmosfera».