«In 130 per fare un lavoro da quattro»

da Milano

«Il Teatro alla Scala è un teatro malato, un teatro gravemente malato... È un teatro costruito al contrario, anche in questo restauro». E il simbolo di questo capovolgimento è l’ultimo piano del Piermarini rimesso a nuovo, il superattico affacciato su guglie e Madonnina. «Sapete perché i tecnici del teatro alla Scala hanno i camerini al sesto piano con vista Duomo? Perché l’ha chiesto la Cgil e nessuno ha osato dire di no! In tutti i teatri del mondo all’ultimo piano sta la Sovrintendenza». A parlare è Mauro Meli, il sovrintendente che poche settimane dopo sarà cacciato da una rivolta dei lavoratori. È il 24 febbraio 2005, giornata convulsa per il Piermarini. Riccardo Muti è pronto ad andare via se non si arriva a una soluzione e il consiglio d’amministrazione è riunito per revocare da sovrintendente Carlo Fontana e nominare Mauro Meli al suo posto. E Meli, che da oltre sei mesi è al lavoro per studiare la pratica Scala, i conti che non tornano e i rapporti interni vicini all’esplosione, racconta ai consiglieri d’amministrazione il suo teatro all’incontrario, dove a comandare è il sindacato e a obbedire chi invece dovrebbe gestire. Ci sono tutti, il presidente Gabriele Albertini, il vicepresidente Bruno Ermolli, Fedele Confalonieri, Marco Tronchetti Provera, Vittorio Mincato, Paolo Sciumè, Carlo Secchi. Assente Carlo Fontana, colui che di lì a poco sarà revocato. Meli racconta: «È un teatro malato perché è stato gestito in maniera insana... È stato gestito con una tecnica della condivisione e della mediazione tra il sovrintendente e le parti tecniche, i quadri e i dirigenti, gestito da un intermediario che era il sindacato. Questo è possibile e auspicabile solo in generale per le parti sindacali, al Teatro alla Scala invece avveniva per tutto». E via con gli esempi, «la scelta degli organici, le scelte delle forniture, le scelte dell’ubicazione dei locali...».
Parla di privilegi: centotrenta persone pagate per un lavoro che in altri teatri fanno in cinque e - sostiene Meli - tutte della Cgil. «Quando si fa il piazzato dell’orchestra per un concerto sinfonico c’è, oltre all’addetto dell’orchestra che è colui che mette la musica nel leggio e lo strumento, un fonico, un elettricista e due macchinisti che piazzano le pedane. Per fare questa cosa si va da tre persone in alcuni teatri a cinque in altri: sapete quante persone vengono usate alla Scala per fare questo?». Albertini azzarda una risposta: «Quindici persone?». Meli corregge: «Ogni sera per fare questa operazione vengono impiegate 130 persone e sono tutte persone Cgil. Qui ci vogliono quattro persone e noi ne paghiamo 130». Il lavoro è retribuito a parte: «Sono pagati fuori dall’orario dai 250 ai 475 euro a prestazione». Il responsabile secondo Meli è il sovrintendente uscente: «È un problema enorme quello della Scala e questo giochino l’ha fatto Carlo Fontana, il mio predecessore, l’ha fatto lui perché gli conveniva essere sostenuto da loro».
Qualche giorno prima Meli ha presentato al sindaco un dossier sulle promozioni degli ultimi mesi autorizzate da Fontana e lo scontro sui presunti favori dell’ex sovrintendente ai sindacati è subito finito in tribunale perché Fontana e la Cgil sono passati alle denunce per diffamazione. Meli spiega al cda di aver compilato il «famoso dossier» perché, nonostante avesse ricevuto le deleghe al personale, non riusciva a vedere nessuna pratica riguardante il personale. Racconta che ci sono accordi che regolano ogni sussulto della vita del teatro e che è difficile persino conoscerli tutti: «C’è un concerto, c’è bisogno che uno dei proiettori sopra l’orchestra guardi la sala, allora c’è un accordo sindacale che dice: “Quando un proiettore guarda il pubblico non è più di competenza degli elettricisti, quindi bisogna fare...”». Tutto, racconta Meli, è regolato da accordi sindacali: «Un accordo non scritto, di cui è impossibile averne copia, io ci metto un mese ad avere la copia delle regole che governano il teatro». La conclusione di Meli è accorata: «Vi assicuro che su ogni argomento ci sarebbe da intervenire in maniera teatrale. Nella storia del teatro, nella storia del mondo del teatro d’opera, il teatro funziona se c’è un capo come in una barca, come in un aereo. Allora il consiglio d’amministrazione dà il mandato di dirigere costi quel che costi, se no il teatro non funziona». Meno di due mesi dopo la guida della Scala non era più un problema di Mauro Meli.