A 15 anni uccide i genitori, poi grida: sparatemi

I fratellini dell’omicida salvi perché erano ancora a scuola

Massimo Malpica

da Roma

Un ragazzino romano di 15 anni spara a bruciapelo a sua madre e a suo padre con una calibro 22, lascia i genitori agonizzanti sul pavimento di casa e si arrampica sul cornicione del palazzo, al sesto piano. Forse vuole fuggire, di certo non sa dove andare, scavalca un parapetto e si siede sul tetto del palazzo accanto, i piedi appesi nel vuoto, la pistola in pugno, come se volesse lanciarsi giù. «Sparatemi», urla ai poliziotti che cercano di riportarlo in casa. Poi comincia una lunga, estenuante trattativa, mentre in strada tra i curiosi si fanno largo i pompieri con il telo elastico, pronti a tentare di ammortizzare un eventuale tuffo del ragazzo. Giù è il caos, un via-vai di ambulanze, auto di polizia e carabinieri, blocchi stradali dei vigili urbani. Sei piani più in alto due pazienti dirigenti della polizia alla fine convincono l’adolescente a posare l’arma e a consegnarsi alle forze dell’ordine, quando sulla capitale è ormai sceso il buio.
Questa la sintesi del pomeriggio di terrore vissuto ieri all’Esquilino, la Chinatown di Roma. Erano da poco passate le 17 quando i vicini di casa di un appartamento al sesto piano di un palazzo umbertino in via Turati 155 sentono tre spari a breve distanza. All’interno 23 abitano in cinque. Enrico Gavuzzo, un ricercatore 62enne del Cnr, la moglie Sybil Nerger, nata ad Amburgo 46 anni fa, e i tre figli della coppia: due ragazzini di 6 e 11 anni che frequentano le scuole elementari in un istituto di suore e il primogenito, Federico, 15 anni, capelli castani, alto, un adolescente «tranquillo e introverso» che però da qualche tempo soffre di depressione. È in cura in un centro di igiene mentale in via dei Sabelli, nel vicino quartiere di San Lorenzo, ed è proprio nella mente di Federico che ieri pomeriggio è scattato qualcosa, qualcosa che lo ha spinto ad aprire il fuoco contro i suoi genitori, uccidendoli, mentre i suoi fratellini erano al sicuro, a scuola. Un raptus omicida, poi il ritorno della lucidità, e il terrore di quanto appena accaduto che lo spinge a pensare a un gesto estremo come il suicidio. «Sparatemi, sono una feccia, ho ucciso i miei genitori», grida il 15enne disperato all’arrivo della polizia, prima di chiudersi a riccio, rifiutandosi di parlare. Per convincerlo a scendere dal cornicione dove si era seduto dopo avere ceduto agli agenti l’arma (una pistola piccolo calibro di proprietà del padre, che aveva in casa anche altre pistole, tutte peraltro regolarmente denunciate), servono quasi due ore e tutta la pazienza di due poliziotti in borghese: un padre di famiglia, Cosimo Magliano, commissario all’Esquilino, e il giovane vicesovrintendente Andrea Cirillo. A quest’ultimo il ragazzo dice «sparami, prendi la tua pistola e sparami. Sono una feccia, ho ucciso i miei genitori e devi uccidermi». Ma il sovrintendente lo tranquillizza con una bugia, convincendolo che suo padre e sua madre non sono morti, ma solo feriti, e che il suo raptus non ha conseguenze irreversibili. Il «lavoro ai fianchi» di Magliano e Cirillo alla fine va a segno, quest’ultimo riesce ad avvicinarsi e a bloccare l’adolescente, disarmandolo.
Una volta tornato in casa gli agenti lo hanno trasferito al sicuro, in questura, per cercare di capire cosa lo abbia spinto a trucidare i genitori, nascondendolo ai flash dei fotografi e alle telecamere che in serata affollavano la strada, mentre la zia e una vicina si sono preoccupate di avvertire i poliziotti che Federico non era figlio unico, che c’erano da riprendere i due fratellini a scuola. Se ne occupa un ispettore del commissariato Esquilino, mentre alle 19.10 arriva il medico legale. Toccano a lui i primi rilievi sui corpi di Enrico e Sybil. La donna è stata colpita per prima, il suo corpo è sul pavimento del corridoio, accanto all’ingresso della cucina. Il padre è riverso nell’ingresso. Prima di morire, l’uomo sarebbe riuscito a chiamare il 118, sussurrando al telefono le sue ultime parole: «Aiuto, mio figlio mi ha sparato».