18-4-’70, i testimoni raccontano

La mia vita per la tua, è una cosa che certo non pensi lucidamente, mentre aggirano il palco e lo assaltano dal retro. La mia vita per la tua non era certo nel conto del prevedibile, e non sarebbe nemmeno diventato realtà, quel giorno, se non fosse stato per la sabbia nella bottiglia. Pensa com’è, la vita: ti salvi da una scheggia di vetro e ti frega un granello di polvere. La mia vita per la tua, bisogna fare cordone e rispondere alla sassaiola: perché hanno detto che tu non devi parlare, e noi siamo qui per impedirglielo, a qualunque costo, per difenderti, perché il comizio abbia luogo. La mia vita per la tua esattamente dieci anni dopo il luglio del millenovecentosessanta, barricate in strada per impedire il nostro congresso. La mia vita per la tua dopo polemiche, boicottaggi, scontri. La mia vita per la tua, d’accordo, ma non lo pensi neanche quando vola la bottiglia, e non lo penserai nemmeno dopo. La mia vita per la tua, quando ti metti una mano sulla testa, scopri che stai perdendo sangue, ma ti pare che il peggio sia passato. Perché alla fine lo scambio non lo decidi tu. Doveva essere solo un comizio, sembrava solo una ennesima scaramuccia di guerriglia urbana, le solite schermaglie con i rossi, ma alla fine è successo: 18 Aprile millenovecentosettanta, piazza Verdi, la vita di Ugo Venturini per un comizio del capo e per una bottiglietta di Coca Cola.
Il primo morto missino, il primo passo verso gli anni di piombo, così. Quasi per sbaglio.

Assunta Almirante, 2004:
«Giorgio rimase scosso, sconvolto. Per tutta la vita ha dovuto fare i conti con un profondissimo senso di colpa per quello che era accaduto a Genova. In primo luogo perché era convinto che si sarebbe potuto evitare. E poi perché dentro di sé era certo che Ugo fosse morto per difenderlo. (...)