1946: gli enigmi del referendum

Ripubblicata l’inchiesta di Luigi Barzini jr sulla votazione che pose fine alla monarchia. Sulle cui irregolarità le polemiche non si sono mai placate...

La pubblicazione, nel 1959, del volume di memorie di Giuseppe Romita che in qualità di ministro degli Interni del governo De Gasperi aveva gestito il referendum istituzionale del 1946 \ dette origine ad alcune importanti inchieste giornalistiche, delle quali le più significative furono quelle di Giovanni Artieri e di Luigi Barzini jr. II primo pubblicò, con lo pseudonimo di Corrado Pecci, una serie di sei articoli con il titolo complessivo Il «pasticciaccio» del referendum sul settimanale Il Borghese, mentre il secondo, più o meno nello stesso arco di tempo, fece apparire sulle colonne del Corriere della Sera l’inchiesta dal titolo La verità sul referendum, che qui si ripubblica integralmente e che lo stesso autore rifuse in parte in un capitolo del volume L’antropometro italiano.
Luigi Barzini jr (1908-1984) era una firma autorevole e popolare. Figlio di uno dei «miti» del giornalismo italiano - quel Luigi Barzini (1874-1947) che era stato un celebre e grandissimo inviato speciale o redattore viaggiante e che aveva legato il suo nome a corrispondenze che lo avevano trasformato in un testimone diretto di molti dei più importanti avvenimenti del secolo - egli aveva seguito presto le orme del padre iniziando giovanissimo a fare pratica giornalistica in testate americane \. Dopo la liberazione aveva potuto riprendere l’attività giornalistica \. Nel 1954, infine, Mario Missiroli lo aveva richiamato come articolista al Corriere della Sera.
Quando scrisse l’inchiesta sul referendum istituzionale, Barzini, che nel frattempo era stato anche eletto alla Camera nelle liste del Partito liberale italiano, era, dunque, un personaggio di primo piano del mondo culturale, autore di libri di successo oltre che giornalista largamente popolare e assai apprezzato. Soltanto una firma autorevole come la sua avrebbe potuto apparire in un quotidiano, per taluni versi «istituzionale» come il Corriere della Sera, sotto una serie di articoli dedicati a un evento carico di passioni non sopite e che aveva diviso gli italiani, come la fine della Monarchia. \
Liberale e monarchico, Luigi Barzini, era amico personale di Umberto II e fu tra coloro che gli erano stati vicini fino al momento della partenza. In questi articoli, scritti con grande equilibrio e con eccezionale finezza, come il lettore può ben notare, egli ha ricostruito con cura puntuale i giorni che precedettero il referendum istituzionale, i progetti di Romita per condizionare in un qualche modo il risultato elettorale, le preoccupazioni di Umberto di mantenersi al di sopra delle parti, i timori infondati dei repubblicani per un colpo di mano monarchico e via dicendo. Profonda è l’analisi di Barzini sulle cause della fine della monarchia nel 1946: essa cadde perché era debole e questa debolezza era dovuta sì a colpe ed errori del passato, ma anche alla decadenza dell’Italia del Risorgimento e all’impotenza della vecchia élite liberale e patriota. Lo stesso Umberto - contrariamente a quanto sostenuto da Romita - era pessimista sul futuro della dinastia, consapevole delle scarse possibilità di vittoria nel referendum. Eppure, grazie proprio e soprattutto alla sua personalità e ai consensi ottenuti durante i viaggi nel Paese, quelle possibilità erano fortemente cresciute al punto che la partita si era riaperta. Alla caduta della monarchia, tuttavia, avevano contribuito certo anche brogli, soprusi e irregolarità che caratterizzarono lo svolgimento del referendum e di cui Barzini parla lungamente. \
L’idea che Umberto aveva della monarchia è esplicitata in alcune dichiarazioni rilasciate a Barzini all’epoca dell’inchiesta: «È un istituto mistico, irrazionale, antico, capace di suscitare negli uomini, sudditi e principi, incredibili volontà di sacrificio e permette loro talvolta di trionfare sulle cose e su se stessi. Tutto ciò può avvenire solo quando essa è amata e accettata da tutti, o da quasi tutti, quando cioè non se ne discute». È una concezione che spiega anche i motivi per i quali Umberto riteneva essenziale che un eventuale successo della monarchia dovesse essere di ampie dimensioni. A chiarire ancor meglio le idee di Umberto sulla monarchia contribuisce l’intervista che si pubblica nella sua versione integrale e inedita in appendice a questo volumetto e che Luigi Barzini fece all’ultimo re d’Italia, ormai in esilio a Cascais, nel 1952 per conto del settimanale L'Europeo. Sulla rivista ne apparve soltanto una piccola parte, e in posizione marginale \
Per quanto l’intervista non riguardi il referendum istituzionale del 1946, tuttavia essa è pur sempre un documento di un certo e non marginale interesse, se non per altro, almeno per il fatto che essa, chiarendo assai bene l’idea che Umberto aveva dell’istituto monarchico e che si differenziava profondamente da quella del padre Vittorio Emanuele III, ne spiega il comportamento, spesso incompreso dai suoi stessi più stretti collaboratori, durante il periodo che precedette la consultazione referendaria. Sotto questo profilo, tale intervista appare come una opportuna integrazione degli articoli di Barzini, che, a distanza di tanti anni, mantengono inalterata la loro validità.