Il 1962 di Maldini: «Ci buttarono fuori i due ct e la stampa»

I ricordi di Cesare: «I giornalisti Bardelli e Zanetti condizionarono le scelte di Mazza e Ferrari che non erano all’altezza del compito»

Paolo Brusorio

da Milano

Alfredo Di Stefano si fa male al ginocchio destro proprio alla vigilia del mondiale in Cile. È il 1962. Aveva 36 anni il fenomeno argentino e quel torneo l’avrebbe giocato per la Spagna, la sua nuova patria.
È l’ultimo treno mondiale per lui: lo perde. Pelè comincia da Pelè, un gol al Messico, ma continua da umano: uno stiramento fischia la fine del suo mondiale. Gli subentra Amarildo, in Italia con Milan e poi con Fiorentina e Roma: non cambia nulla, i campioni in carica non abdicano, la preda finale di turno è la Cecoslovacchia del Pallone d’oro Masopust. Suo il primo gol, poi Amarildo, Zito e Vavà autografano la seconda coppa Rimet. Brilla ancora Garrincha, «da che pianeta arriva?» si chiede il giornale El Mercurio. Finale in diretta tv per la prima volta, riprese in bianco e nero.
L’Italia si fa male da sola. O quasi. La buriana degli oriundi continua, non bastano i danni fatti quattro anni prima da Foni. In Cile sono quattro i convocati dal passaporto spurio: gli italo brasiliani Sormani, Altafini (che nel ’58 in Svezia aveva giocato con i Verdeoro) e gli italoargentini Sivori e Maschio. Los angeles con la cara sucia: gli angeli dalla faccia sporca. Il commissario tecnico è Giovanni Ferrari, mezzala campione del mondo nel ’34 e nel ’38, praticante del WM. La federazione gli affiancò Paolo Mazza, grossista di elettrodomestici e dirigente della Spal. Amico del presidente della Federcalcio, il pugliese Giuseppe Pasquale che a Ferrara abitava.
In ritiro gli azzurri vanno a San Pellegrino e le cronache tramandano notti bianche aspettando un poker: Ferrari alle dieci di sera prendeva i bagagli e tornava a Milano, via libera per gli amici del tavolo verde guidati da Omar Sivori. Trapattoni, Radice, Bulgarelli, Bolchi e Maldini: col senno di poi, la nazionale degli allenatori.
Uno di loro, Cesare Maldini, riavvolge il film.
«Fallimmo perché due come Ferrari e Mazza non erano all’altezza di guidare una squadra ai mondiali».
Perché?
«Avevano delle carenze, non studiavano gli avversari e, soprattutto, si facevano imporre la formazione dai giornalisti».
Fuori i nomi?
«I due più potenti e influenti erano Aldo Bardelli del Corriere dello Sport e Gualtiero Zanetti, firma della Gazzetta. La loro opinione era molto ascoltata dal ct».
La nazionale fu preceduta da un reportage di due inviati italiani, Antonio Ghirelli e Corrado Pizzinelli, che descrissero il Cile come un Paese «afflitto da corruzione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo e miseria». Niente male come inizio.
«L’atmosfera infatti cambiò improvvisamente. Fummo accolti da un gran entusiasmo, poi il vento girò. Eravamo in ritiro a Santiago, in una caserma dell’aviazione, una bella struttura in legno ma la vita per noi divenne molto difficile».
Che cosa successe?
«Che non potevamo allenarci in pace, “italiani di merda” era la cosa più carina che ci gridavano dietro».
Esordio con la Germania: 0-0. Che cosa ricorda?
«Che come tutte le prime partite fu giocata in modo molto attento. Fu un buon incontro, con loro giocava Uwe Seeler. fisicamente fortissimo. Un tipo alla Nordahl».
Poi il misfatto con il Cile. Gli italiani lanciano garofani al pubblico, ma vengono ricambiati da fischi. L’arbitro Aston dopo 12 secondi fischia il primo fallo, Ferrini e David espulsi per reazione, il «pugile» di casa Sanchez gira impunito per il campo. Finisce 2-0 per i cileni. E siamo di nuovo subito a casa. Inutile il 3-0 successivo alla Svizzera.
«Prima bisogna fare un altro discorso...».
Facciamolo.
«Alla vigilia, la commissione decise di cambiare mezza squadra. Dissero che eravamo stanchi, assurdo visto che avevamo giocato una sola partita. Rimasero fuori Buffon, Losi, Radice, Sivori e il sottoscritto. In più spostarono Salvadore da libero a centrocampista per far posto a Tumburus. Si erano fatti consigliare dalla stampa, non avevano capito un tubo».
Sicuro?
«Le racconto la sera della vigilia. Io sono in camera con Altafini, arriva Sivori con la sigaretta in bocca e dice che noi non avremmo giocato. “Sei pazzo” gli risposi. E allora lui ci racconta che aveva sentito tutto il colloquio tra Ferrari e i giornalisti nella hall dell’albergo».
Allora il colpevole di quell’eliminazione non fu Aston?
«Lui ha fatto il resto. Era un incapace, ha permesso a Sanchez di stendere David con un pugno, ha fischiato a senso unico. Tanto che da quella volta non ha più arbitrato».
Certo, bel tipo quel Sanchez...
«Un mese dopo la fine del mondiale, giocò col Milan nel torneo città di Milano. Ci fu un grande imbarazzo alla sua entrata negli spogliatoi, poi ci guardammo e scoppiamo tutti in una grande risata».
Fu un mondiale pieno di errori da parte dell’Italia. Quale fu il più grosso?
«Abbiamo sbagliato la comunicazione. Quando ce ne accorgemmo, era troppo tardi. Quando nel sottomarino c’è troppa acqua, poi è difficile buttarla fuori».
(4. Continua)