1972-2007: Gemma torna a casa Calabresi

da Milano

Lo uccisero alle 9 e un quarto del mattino mentre apriva la portiera della Cinquecento blu della moglie. Via Cherubini: 17 maggio 1972-17 maggio 2007. Ci sono voluti trentacinque anni ma finalmente l’Italia s’inchina alla memoria del commissario Luigi Calabresi. C’è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e, piccolo miracolo bipartisan, il sindaco di centrodestra Letizia Moratti e il presidente della Provincia Filippo Penati, diessino. Soprattutto c’è lei, Gemma Capra, emozionata e sorridente. Quel giorno, un minuto dopo aver capito di essere rimasta vedova, lasciò l’abitazione di via Cherubini e scappò altrove. Ora per la prima volta torna nel punto in cui il marito fu abbattuto. Due colpi: alla nuca e alla schiena. Poi, secondo la ricostruzione del pentito Leonardo Marino, Ovidio Bompressi salì sulla 125 pronta per la fuga mormorando solo due parole: «Che schifo». Gemma invece dettò un necrologio che volava alto sui cumuli di menzogne e falsità accatastate dall’ideologia dominante: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Trentacinque anni dopo, Gemma Calabresi ha vinto. E raccoglie il plauso generale: «La presenza del capo dello Stato mi ricompensa e una cerimonia come questa, ricca di emozioni e di valori, non mi fa sentire i 35 anni trascorsi. Non sono più passata da questo luogo da allora e questo ovviamente mi ha fatto un certo effetto. Tornarci oggi, a 35 anni di distanza, è per me particolarmente significativo: le cerimonie di questi giorni in ricordo di mio marito testimoniano il trionfo della verità, della giustizia, del senso dello Stato e che, finalmente, si è data voce a tutti i caduti del terrorismo».
Napolitano ha scombussolato il cerimoniale, ha voluto essere a Milano e ha compattato le istituzioni; alle 10.30 le autorità inaugurano la targa al Centro congressi della Provincia, a mezzogiorno sono tutti in via Cherubini: Napolitano scopre la lapide voluta da Palazzo Marino. Il Presidente invita a «ricordare e onorare» tutte le vittime «perché mai più in Italia si ripeta quella spirale di odio e di violenza che si chiama terrorismo». Poi abbraccia Gemma e uno a uno i tre figli: Mario, Paolo e Luigi, nato dopo la morte del padre. Mario Calabresi, che ha appena dato alle stampe Spingendo la notte più in là, ovvero la storia della sua famiglia, spiega: «Sugli scaffali delle librerie ci sono solo le memorie degli ex terroristi. Ho sempre pensato che mancasse un altro punto di vista, il racconto di quelli che hanno perso qualcuno per la violenza degli anni Settanta». Ci ha pensato lui a colmare quel vuoto, con un testo lieve e profondo che è anche un inno alla vita e un invito a superare gli steccati del passato, specie nello squarcio finale sotto la cima del Monte Bianco, dove Mario ritrova finalmente papà Gigi: «Rimasi ad ascoltarlo a lungo e sentii che era giusto guardare avanti, camminare, impegnarsi per voltare pagina nel rispetto della memoria». Letizia Moratti spiega che il libro del figlio maggiore del commissario le ha fatto compagnia in questi giorni, poi ringrazia la famiglia Calabresi: «Ci hanno insegnato a compiere il loro dovere, a difendere la nostra libertà, a vincere la paura».
Penati sottolinea lo spirito unitario delle due iniziative: «Questa è una giornata importante che ci aiuta ma soprattutto ci impegna a costruire una memoria condivisa della nostra storia». Poi si rivolge a Gemma Calabresi con una battuta che supera di botto tutto quel tempo: «Ci scusi per il ritardo».
Solo gli anarchici e una delegazione di Rifondazione rompono il clima, deponendo in piazza Fontana una corona d’alloro davanti al cippo che ricorda Giuseppe Pinelli «ucciso innocente». Penati si smarca: «Mi riconosco nella lapide del Comune» che invece recita, «morto tragicamente». È il passato che vuole riafferrare il presente. Il passato che torna sotto forma di uno striscione appeso ad un cavalcavia: «La storia non si tocca. Calabresi assassino». Trentacinque anni fa era l’opinione di Lotta continua e di tanti alti accecati dall’odio. Oggi, è semplicemente un delirio.