«Il 2 dicembre in piazza contro il regime»

Il desiderio: «Il partito unico sarà il mio lascito politico al centrodestra»

Gianandrea Zagato

da Milano

Quel carro allegorico non fa sorridere: è l’Italia «strangolata» dalla Finanziaria di Romano Prodi che giace su un letto d’ospedale, con tanto di flebo nel braccio. Immagine di un Paese che si ritrova le mani del Professore nelle tasche. Silvio Berlusconi gli getta uno sguardo e va all’attacco, frontale: «È una Finanziaria che scontenta un po’ tutti, anche alcuni senatori della sinistra non ne condividono i contenuti perché non ha messo al centro lo sviluppo e la crescita e non ha tagliato com’era doveroso gli sprechi e l’inefficienza».
Spunta un’altra immagine, un altro carro allegorico: è il Cavaliere avvolto dal tricolore, con tanto di appello a caratteri cubitali: «Ritorna». Berlusconi risponde: «Gli elettori ci chiedono un atto collettivo di opposizione e la Casa delle libertà, con ogni probabilità, il 2 dicembre è in piazza: abbiamo deciso di partecipare alla manifestazione nazionale di Roma contro il regime e per la libertà».
Sembra di essere di nuovo alla vigilia delle elezioni: clima da stadio, slogan e bandiere del centrodestra che non ha perso l’abitudine della piazza. E il Cavaliere che, in quel di Arconate nel nord Milano, suona la carica: «Ci sono decine e decine, centinaia di manifestazioni in previsione in teatri e luoghi coperti di tutti i capoluoghi d’Italia nelle prossime settimane».
Proteste contro quel centrosinistra che sulla Finanziaria ha seguito «un solo criterio: togliere a quelli che ritengono ricchi». Sottrazione che, chiosa il presidente, «è la loro missione» ma, attenzione, per chi? «Per dare a chi ha meno? No, non hanno fatto nulla di politica sociale»: «La politica sociale l’abbiamo fatta noi nei limiti consentiti dallo Stato e da un buco di 38mila miliardi di lire che loro ci avevano consegnato, mentre noi gli abbiamo consegnato conti in ordine e 28mila miliardi di vecchie lire in più in entrate dell’erario».
Chiaro, tutto è chiaro ma il Cavaliere vuole che non ci sia neppure un dubbioso: «Una pianta non può cambiare all’improvviso i frutti che dà. E noi li stiamo vedendo: sottomissione dei cittadini, schedatura dei cittadini, più tasse, invidia sociale, rancore e odio verso coloro che considerano ricchi». Fotografia del centrosinistra che, tanto per essere ancor più concreti, ha detto «no al ponte sullo stretto di Messina perché non vuole che il merito vada al nostro, al mio governo».
Eppure, ricorda Berlusconi ritornando con la memoria a Palazzo Chigi, «si era arrivati a firmare l’appalto con finanziamenti pronti per un consorzio di imprese italiane»: cinque anni di lavoro e trentadue riunioni che, Prodi e i suoi pasdaran, «con una sola seduta del Consiglio dei ministri» hanno cancellato, «hanno detto che non si farà anche se dovranno pagare delle penali» tuona il leader di Forza Italia.
La piazza dell’«Italia delle libertà», come la chiama il Cavaliere, rimbomba di fischi: «Loro subiscono il diktat delle estreme e il fatto che, secondo loro, colonne di pesci guardino su, dicano “che pericolo” e vadano via è solo una scusa». Pretesto di chi, parola di Berlusconi, «ha un odio incomprimibile verso di noi e non vuole che un’opera epocale possa essere portata a nostro onore».
Certezza che spinge il Cavaliere a rileggere un brano di quel discorso che fece all’Eur nel 1994 quando scese in campo, «quando decisi di lasciare la carriera dell’imprenditore perché ero preoccupato del futuro del mio Paese e vedevo per l’Italia un futuro illiberale, confuso e magari autoritario come lo vedo adesso».
Domani «illiberale, confuso, magari autoritario» messo in atto dai signori del centrosinistra che «pensano che noi non abbiamo diritti», che «pensano che sia lo Stato a concederli ai cittadini» e che «ritengono possa lo Stato decidere di limitarli se è nel suo interesse, com’è ad esempio per la privacy».
La risposta corale è l’applauso che spinge Berlusconi a parlare del «suo lascito»: «Forza Italia è il primo partito italiano, ha il 29,4 e presto supereremo il 30 per cento ma ci dichiariamo disponibili a immedesimarci in un nuovo partito delle libertà». Partito a cui, continua il Cavaliere, le altre forze della coalizione avevano detto d’essere concordi «fino all’altro giorno», fino a quando è arrivata «l’eccezione dell’Udc» ma «gli altri sono ancora concordi». E attraverso un «grande partito del centrodestra a cui seguirà necessariamente un importante partito della sinistra faremo un salto avanti verso una democrazia completa: questo, mi piace pensare, potrebbe essere il lascito della mia discesa in campo».
Già, solo così «seguirà un importante partito della sinistra» come Berlusconi confida a Bruno Vespa, nel suo ultimo libro, «L’Italia spezzata»: una «grande coalizione con Ds-Dl» è «forse» possibile ma «senza ali estreme, senza Correntone, Bindi e ala radicale», forse così «si creerebbero le condizioni per guidare l’Italia su una strada di sviluppo. So che è difficile, ma così non si va avanti».