Un 20% di italiani sempre "contro" Ma è solo una questione di cervello

Secondo lo studio del neurologo Renato Cocchi una quota fissa di cittadini dice comunque no

In Italia esiste una quota di cittadini «contro». Si tratta di una frazione cospicua: circa il 20% della popolazione dai 15 anni in su. Per loro non ha alcuna importanza che cosa sia vero o falso, giusto o sbagliato, apprezzabile o criticabile. Saranno sempre e comunque «contro». A prescindere. Una fortuna o una disgrazia? Dipende, anche qui, dai punti di vista. Ogni potere ha bisogno dei suoi cani da guardia, il cui compito, si sa, è principalmente quello di abbaiare. Talvolta alla luna.
Converrebbe piuttosto prendere atto che i «contro» se ne fregano di quello che lo Stato fa o non fa, non gl’importa nulla che governi il centrodestra o il centrosinistra. Inutile inseguirli, inutile lusingarli, inutile tentare di convincerli. Saranno sempre e comunque «contro». A prescindere. Quindi, per rimanere in ambito politico, tanto varrebbe depurare il dato complessivo da questo 20% scarso di elettori che s’accontentano semplicemente di contestare e di segnalare con prevedibile fissità che loro non saranno comunque d’accordo, mai. Per nulla e su nulla. Insomma, impossibile per qualsiasi partito dare rappresentanza alle loro istanze, ammesso che sappiano esprimerne anche una sola: un attimo dopo voterebbero contro se stessi pur di confermare che loro sono, appunto, «contro».
Ma perché sono «contro»? Qui viene il bello: per una particolare predisposizione degli emisferi cerebrali. A questa conclusione non è giunto il Renato Mannheimer di turno, bensì uno studioso di Reggio Emilia, Renato Cocchi, 69 anni, specialista in psicologia medica e in neurologia, laureato anche in sociologia, che nel corso della sua carriera è stato primario negli ospedali psichiatrici di Racconigi, Vercelli e Pesaro nonché direttore sanitario della casa di cura Villa Silvia, per malattie nervose e mentali, a Senigallia. Un ricercatore con oltre 300 pubblicazioni all’attivo su una cinquantina di riviste scientifiche.
Personaggio eclettico, Renato Cocchi, oggi docente di comunicazione nella pubblicità all’Università di Bologna. E provvisto di notevole senso dell’umorismo. «Ho sempre avuto una spiccata capacità intuitiva», racconta di sé, «che credo mi derivi geneticamente da mia nonna materna. Era una fattucchiera. Curava con discreto successo i “sinistri”, che erano poi le lussazioni o gli strappi muscolari, come ho imparato in età adulta. Costruiva una specie di oggetto magico: un pignattino, in cui c’erano acqua e cenere e due nodi della paglia di grano, che veniva rovesciato su un tegame più largo, senza che il suo contenuto tracimasse, e lasciato in disparte in casa nostra per alcuni giorni. Come per incanto, il paziente guariva. Intendiamoci, secondo me sarebbe guarito lo stesso. Una decina d’anni fa ho scoperto che questo procedimento è chiamato dagli antropologi il “cervello rovesciato”. Curioso che io avessi già registrato con la traduzione inglese, reversebrain, uno dei miei siti internet. Il professor Francesco Zerbi della clinica neurologica dell’Università di Pavia, responsabile del reparto che frequentavo, mi diceva: “Non capisco. Ci sono quattro oggetti sul tavolo e li vediamo tutti. Per noi sono soltanto quattro oggetti separati. Tu invece noti subito un legame fra loro. E alla fine ci rendiamo conto che hai ragione”».
Nei sondaggi e nelle statistiche il professor Cocchi ha trovato la possibile spiegazione scientifica del fenomeno dei «contro»: «È una quota di individui che raggiunge un 20% tra i 15-16 anni e le successive età. Si potrebbe trattare di un insieme variabile di persone, pur fisso come percentuale, ma diverso per l’entrata di nuovi soggetti adolescenziali e l’uscita verso la razionalità di soggetti adulti. Lo sospettava anche il presidente americano Lyndon Johnson, che soleva ripetere, cito a memoria: “Puoi fare qualsiasi cosa, ma ci sarà sempre chi non è d’accordo”». (In realtà, il successore di John Kennedy diceva qualcosa di ancora più sottile: «Se siete in politica e al vostro arrivo in una stanza non potete annunciare chi è con voi o contro di voi, allora state adottando un sistema sbagliato di lavoro»).
Nella sua ricerca Cocchi si è mosso in tre direzioni: i voti raccolti dai partiti apertamente «contro» alle elezioni politiche del 2008 e alle europee del 2009 e lo share (percentuale di spettatori sintonizzati su una rete televisiva in una determinata fascia oraria) di due trasmissioni notoriamente «contro», Annozero di Michele Santoro e Ballarò di Giovanni Floris, basandosi sui dati forniti dall’Auditel per i primi cinque mesi del 2009.
Vediamo. Alle politiche i partiti «contro» (Italia dei valori, Sinistra Arcobaleno, Destra Fiamma tricolore, Partito comunista dei lavoratori, Sinistra critica, Forza nuova, Lista dei Grilli parlanti, Partito di alternativa comunista) raggiunsero l’11,39% sull’80,51% (percentuale dei votanti complessivi). Quindi meno del fatidico 20%. Si deve però ricordare che in questo dato non sono ricompresi i minorenni «contro» tra i 15 anni e i 18 anni meno un giorno, i quali in base alla legge sulla maggiore età non hanno accesso alle urne.
Alle europee le forze politiche «contro» hanno totalizzato il 16,30%. Manca, come per le elezioni precedenti, la quota di quindicenni, sedicenni e diciassettenni. «Se vogliamo far buon peso, cosa discutibilissima, aggiungiamo il 2,22% ottenuto da Destra, Mpa, Pensionati-Alleanza di centro e arriviamo al 18,52%, quindi meno del 20% su un campione di 32.748.675 votanti», ragiona il professor Cocchi.
E veniamo ad Annozero e Ballarò. Ammesso che questi due programmi siano visti solo da persone «contro», il che è implausibile, in 36 delle 37 puntate mandate in onda dal 13 gennaio al 26 maggio il limite del 19,99% di share non è mai stato superato e in circa la metà delle puntate (17, per la precisione) ha oscillato tra il 15% e il 19,32%. Solo nella «puntata riparatoria» di Annozero del 16 aprile, ordinata dal direttore generale della Rai dopo quella sul terremoto in Abruzzo giudicata «gravemente lesiva dei sentimenti di pietà per i defunti», grazie al formidabile traino mediatico lo share è volato al 20,84%. Per il professor Cocchi la probabilità che questo risultato sia casuale è pari al 2,70%. «Potrebbe esserlo», specifica il medico, «solo in un caso su 10.000, come ho stabilito effettuando un test di significatività statistica. Vale a dire che ci sono 9.999 probabilità su 10.000 che si tratti di una percentuale indicante un vero rapporto di causa ed effetto».
Sorge però il dubbio che i campioni analizzati dal medico emiliano possano essere troppo limitati. Mi sono perciò preso la briga di verificare che cosa accadde alle elezioni politiche di 30 anni fa. Elezioni della Camera del 3 giugno 1979: su 31 liste che si presentarono, circa due terzi erano riconducibili all’area «contro», con sigle come Partito radicale, Pdup, Nuova sinistra unita, Unità della sinistra. Misero insieme il 6,46% dei voti. Volendo aggiungere il 5,26% dell’Msi-Dn di Giorgio Almirante, che era considerato fuori dal cosiddetto «arco costituzionale», si arriva all’11,72%. Sempre e comunque al di sotto della soglia «contro» del 20%.
Ma chi sono i «contro» e perché sono «contro»? «Mi occupo di problemi di dominanza emisferica dal 1994, sia da un punto di vista teorico che clinico. Ognuno di noi, per ciascuna percezione, sviluppa nel cervello anche l’engramma opposto. Dicesi engramma l’ipotetica modifica che interviene nel sistema nervoso centrale in seguito a un’esperienza, modifica che viene considerata come base dei processi di memorizzazione. Di solito un individuo che non sia in condizioni di tensione riesce a sopprimere l’engramma opposto a livello di coscienza, ma non lo elimina: le figure retoriche di opposizione, per esempio l’antifrasi, l’antitesi e il paradosso, sono possibili solo per la presenza di questa traccia. Durante la pubertà lo stress neuroendocrino, dovuto all’ondata di ormoni, produce una sorta d’intossicazione cerebrale, in particolare nell’emisfero sinistro, che è il più sensibile. Ciò può portare a un periodo di comportamenti oppositivi, un fenomeno ben noto ai genitori alle prese con i figli adolescenti».
«In una parte di soggetti», continua il professor Cocchi, «questo comportamento si stabilizza oltre l’adolescenza. Sono persone che hanno più facilità a manifestare comportamenti politici “contro” seguendo percorsi che possono trovare già pronti in frange partitiche estremistiche o in trasmissioni televisive schierate, come appunto Annozero e Ballarò. Una parte di queste persone con l’età assume comportamenti più razionali. È un passaggio cognitivo ben noto alla cultura popolare, che infatti ha coniato il detto “si nasce incendiari e si muore pompieri”. I profughi verso la razionalità in età adulta vengono sostituiti dai nuovi ingressi di adolescenti».
Ma una parte dei «contro» non compie però questo passaggio verso il razionale, o lo fa solo in parte. Sono coloro che chiamiamo bastian contrari, oppositori programmatici. C’è un corrispettivo specifico in ogni lingua per definirli: in inglese, «contrary Mary». «Alcuni di essi assumono comportamenti antisociali», argomenta il professor Cocchi, «senza altra giustificazione che dimostrare a se stessi il loro essere “contro”. Potrebbe trattarsi di un meccanismo di compenso neurochimico, dovuto all’adrenalina e al cortisolo, contro l’eccesso di funzionamento dell’emisfero cerebrale destro. Certuni trovano un compenso nella politica “contro”, che diventa così una ragione di vita. Non è detto che siano per forza dei malvagi. E non sono certamente dei disturbati mentali. Il massimo impegno diventa dimostrare che sono loro a essere nel giusto, e non la restante maggioranza delle persone. In questo possono rivelarsi molto fastidiosi».
Ho chiesto al professor Cocchi se vi sia un modo per individuare un «contro». «Le porrò una domanda. Lei mi risponda immediatamente, senza pensarci neppure un secondo. Mi dica: qual è il contrario di rosso?». Bianco, ho ribattuto d’istinto. «Bello. Il bianco è il contrario del nero. È il verde il contrario del rosso. Ma lei ha una base depressiva e anche un pochino “contro”».
Non sono d’accordo. Anzi, sì.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it