«Con 20 risposte ho ottenuto la patente in Cina»

Un nostro giornalista, a Shangai per un tour Ferrari, ha dovuto sostenere l’esame: visita rapida per vista e udito, 30 minuti per i quiz. E come esaminatore c’è un computer

nostro inviato a Shangai

Graziato dall'affrontare il test di guida (rispetto ai cinesi, gli italiani al volante meritano l'oscar della disciplina), per ottenere la patente di guida nel Paese della Muraglia uno straniero deve sostenere l'esame scritto: rispondere a 20 domande, formulate ovviamente anche in inglese, in massimo mezz’ora. Superata la prova, a Shangai la patente viene rilasciata seduta stante: una foto scattata sul posto e il documento plastificato, con tanto di custodia blu, è pronto. La trafila burocratica e l'esame durano un paio d'ore. Ma perché ci siamo tolti lo sfizio di possedere la patente di guida cinese? Per poter partecipare a una tappa del China Tour della Ferrari, 15mila chilometri in lungo e in largo per lo sterminato Paese a bordo di due 612 Scaglietti. Muniti di passaporto con visto, di patente internazionale (rilasciata in Italia) e di quella normale, ci presentiamo non senza qualche timore all'appuntamento con l'esame, più o meno lo stesso che avevamo sostenuto 30 anni fa, appena maggiorenni, e che da noi decine di migliaia di automobilisti rischiano di ripetere nel momento in cui vedranno azzerati i propri punti, un vero incubo.
Scortati (ma non raccomandati, sia ben chiaro) da un autista e da un accompagnatore, indispensabile per poter capire e farsi capire in un Paese dove l'inglese è ancora scarsamente conosciuto, il tour de force inizia al Medical center di Shangai, nell'inquietante reparto Psycological. L'esame della vista (minuti uno) consistente nel riconoscere, da lontano, come sono posizionate le gambe della lettera M: se in su, in giù, a destra o a sinistra. Segue il test dell'udito (secondi 30): alle nostre spalle un'infermiera soffia dentro un tubo, prima a destra e poi a sinistra. Bisogna saper indicare da dove proviene il suono. Tutto qui. Ma il bello viene ora. L'accompagnatore ci fornisce un pieghevole rosa con riportati un centinaio di quesiti e relative risposte: a-b-c. «Hai tempo un'ora per studiare il tutto», ci dice sorridendo. Il questionario non è difficile, non mancano le domande trabocchetto rese ancora più ambigue dalla formulazione e dalle tre risposte (una è quella giusta) in inglese. E così scopriamo nuovi segnali, tutti da memorizzare, i limiti di velocità sulla varie strade e in prossimità di scuole e ospedali, nonché l'ammontare della multa massima (200 rmb, circa 20 euro, ma da rapportare al costo della vita locale) e come ci si deve comportare in caso di incidente, qui purtroppo una consuetudine.
Un'ora e mezzo dopo, più o meno sicuri di farcela, eccoci al posto di polizia nella zona dell'aeroporto. Davanti a noi, nessuna aula e nessuno schieramento di commissari d'esame, ma solo un tavolino con appoggiato un computer, proprio di fianco alla scrivania dell'impiegata che dovrà rilasciare la patente. Compagni di avventura sono un giovane dalle sembianze indiane, una ragazza e un nemmeno tanto giovane cinese. Consapevoli che una bocciatura sarebbe equivalsa a una figuraccia, affrontiamo i 20 quiz e dopo pochi minuti ecco la nostra bella patente cinese. Guidare in questo Paese, comunque, non è facile nello slalom quotidiano tra biciclette, carretti e risciò. Al pedone non viene mai concessa la precedenza. Sulle strisce zebrate si rischia di essere stirati in continuazione. Le svolte a U sono una consuetudine. I vigili guardano impotenti. In Cina gli incidenti stradali mietono 600 vittime al giorno e oltre 45mila feriti. I costi sociali sono tra i 12mila e i 21mila euro l'anno. Secondo l'Oms, senza interventi drastici da parte del governo in un Paese che ha da poco ha scoperto l'automobile, entro il 2020 i morti sulla strada saranno più di 500mila.