Un 2006 infuocato tra referendum ed elezioni politiche

Paolo Armaroli

Nel 1958 la Francia è passata dalla Quarta alla Quinta Repubblica nel giro di appena quattro mesi. Noi, che fin dai tempi dello Statuto albertino abbiamo preso a modello la consorella latina, anziché marciare al suo passo abbiamo continuato a marcire. Allora Mitterrand gridò al colpo di Stato permanente. E la nostra sinistra, a riprova che la mamma dei fessi è sempre gravida, gli dette pienamente ragione. Divenuto capo dello Stato grazie a quelle nuove istituzioni che aveva demonizzato, Mitterrand dovette ricredersi. La nostra sinistra, al contrario, fece finta di non capire e proseguì imperterrita a fare quadrato attorno alla Costituzione del 1948.
La nostra disgrazia è che, a differenza della Francia, non abbiamo avuto un de Gaulle. Il Generale, dopo aver detto che la ricreazione era finita, non prese il potere ma più semplicemente lo raccattò. E noi? Noi abbiamo continuato a pestare acqua nel mortaio. Da venticinque anni a questa parte si fa un gran parlare di Grande Riforma. Per la cronaca, fu Craxi a lanciare per primo la parola d’ordine in un articolo apparso nel 1980 sull’Avanti!. Dopo di che abbiamo avuto i comitati Riz e Bonifacio, con il compito di fare un inventario delle varie proposte di riforma costituzionale. Abbiamo avuto ben tre commissioni bicamerali ad hoc, rispettivamente presiedute da Aldo Bozzi, Ciriaco De Mita e Nilde Iotti, e da Massimo D'Alema. E la montagna dei dibattiti non è riuscita a partorire neppure un topolino.
Dopo ben due anni di discussioni parlamentari il governo Berlusconi, grazie alla maggioranza di centrodestra, è finalmente riuscito là dove gli altri hanno fallito. Ecco la vera ragione per la quale un’opposizione con la bava alla bocca non è stata al gioco e ha detto una infinità di volte di no. Anche sulle sue proposte avanzate tempo addietro. Anche sugli articoli nei quali sono stati recepiti i suoi emendamenti. Dei no, dunque, a prescindere. Sulla riforma si pronuncerà il popolo sovrano nel referendum confermativo che verrà chiesto dalle due coalizioni contrapposte, ognuna convinta delle proprie buone ragioni. Le richieste dovranno intervenire entro tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della riforma. L’Ufficio centrale per il referendum dovrà pronunciarsi entro trenta giorni sulla loro legittimità. Il capo dello Stato dovrà indire il referendum, su deliberazione del Consiglio dei ministri, entro sessanta giorni. E la data del referendum sarà fissata in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. A conti fatti, il referendum potrà svolgersi in una domenica compresa tra metà aprile e i primi di agosto. Ma giugno è il mese più probabile.
Se le elezioni politiche si terranno il 9 aprile prossimo, le Camere dovranno riunirsi entro venti giorni. Entro 15 giorni dalla loro riunione avrà luogo l’elezione del successore di Ciampi, che scade il 18 maggio ma i cui poteri verranno prorogati fino alla elezione del suo successore. Si è ipotizzato che Ciampi possa succedere a se stesso. Ma finora una eventualità del genere non si è mai verificata. E non già perché gli inquilini del Colle non abbiano ben meritato, ma perché un raddoppio del settennato significherebbe insediare al Quirinale un monarca. Il nuovo presidente della Repubblica, dopo le consultazioni di rito, procederà alla nomina del governo che dovrà presentarsi alle Camere entro dieci giorni per ottenerne la fiducia.
Insomma, la consecutio temporum sarà la seguente: prima le elezioni politiche, poi quelle amministrative e infine il referendum confermativo della riforma. E a questo punto tutti gli organi costituzionali rinnovati saranno in funzione. In soli tre mesi sapremo se ad aggiudicarsi la partita, grazie ai nostri voti, sarà l’Unione o la Casa delle libertà.
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