Il 2010 ci lascia una sinistra sempre più sorda

Caro Granzotto, non si può certo dire che l’ultimo mese dell’anno, generalmente sonnacchioso, non ci abbia riservato clamorose sorprese in campo nazionale e internazionale. Niente di eclatante, però anche se poco spettacolare un bel fuoco d’artificio per salutare l’anno nuovo per il quale le faccio tanti auguri.
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Sì, caro Testa, un dicembre niente male e per quanto mi riguarda segnato da un avvenimento tutt’altro che pedestre: il suicidio collettivo della sinistra. Dimostratasi incapace di elaborare un progetto politico e di padroneggiare i nuovi equilibri sociali ed economici che si prospettano. In due parole, di stare al passo coi tempi. Una ideologia (una cultura, direbbero loro) che si dice progressista e che non trova di meglio che tirare a campare arroccandosi nel più corrivo conservatorismo: come i fiaccherai che nei primi anni del Novecento si opposero ai taxi avanzando argomenti romantici, l’eleganza delle carrozze o il familiare rumore degli zoccoli sul selciato contro la freddezza metallica dell’automobile e il suo cacofonico fragore. Faccia un po’ i conti, caro Testa. In questo dicembre la sinistra politica e giornalistica ha cavalcato, dando furiosamente di sperone, la protesta studentesca contro la riforma Gelmini, ovvero la prima fra le tante succedutesi autenticamente riformatrice. Epocale, si può tranquillamente dire, perché svecchia l’università, adattandola a un mercato del lavoro che premia la competenza, la competitività e il merito. Una università che nel prossimo futuro cesserà di fornire l’ordinario «pezzo di carta» così caro ai bamboccioni e ai loro genitori bamboccianti, in favore di un attestato veridico di professionalità.
Mentre difendeva una visione arcaica, baronale e pletorica (95 atenei, 9mila 560 corsi di studio) dell’istituzione delegata a formare la futura classe dirigente, la sinistra s’è fatta passare sopra la testa il cambio di marcia imposto da Sergio Marchionne al rapporto di lavoro che così com’era, mummificato da lacci, lacciuoli e consuetudini, da pretese e da privilegi, stava mettendoci fuori mercato. E qui parliamo di un’innovazione più che epocale. Qui siamo alla rivoluzione. A un rivolgimento politico e sociale che storicamente è sempre stato di competenza della sinistra, ma al quale la nostra, di sinistra, non ha voluto mettere né becco, né mano e né arte. Sbalorditivo, a dir poco, il disinteresse dei pensatori, degli intellettuali, degli ideologi e dell’intero quartier generale della sinistra per l’iniziativa - coronata dall’accordo del Lingotto - di Marchionne. Altrettanto sbalorditiva l’indifferenza mostrata dalla nomenklatura all’unico dei loro, il sindaco Chiamparino, che avendo immediatamente colto nel «canone Marchionne» un’occasione che l’industria e la classe lavoratrice in generale e quella di Torino in particolare non poteva lasciarsi sfuggire, non ha risparmiato energie per far quadrare il cerchio dell’accordo restituendo alla sua città il rango di polo industriale che la globalizzazione stava per farle perdere. Per chi seguita a dirsi progressista, l’aver sottovalutato, osteggiandole o semplicemente disinteressandosene, due riforme di tale portata è crudo sintomo della progressiva decerebrazione di una fazione ormai incapace di elaborare un progetto politico che non sia ristretto all’antiberlusconismo frivolo delle gaffe e delle escort, al tifo mafioso per le congiure dei Fini e dei Bocchino o ai languori estetici di quel farabolano di Nichi Vendola. Ma del resto, caro Testa, da «sinceri democratici» così miopi e altrettanto citrulli da aver affidato la propria sopravvivenza a quel pasticcione cattocomunista di Prodi, cos’altro c’era da aspettarsi?
Paolo Granzotto