2010, la fuga dal mattone Usa continua

«Home, sweet home», addio. È un brutale stravolgimento di abitudini consolidate quello che gli americani stanno vivendo ormai da quattro anni, ovvero dallo scoppio della bolla immobiliare. Da allora, il mattone ha perso lo status di bene-rifugio per eccellenza, assumendo i contorni del bene svalutato, inappetibile, fonte di perdite e di guai. Oggi il mercato della casa rappresenta, assieme alla disoccupazione, uno dei problemi più seri per l’America. Forse irrisolvibile.
Nelle ultime 48 ore è arrivata una duplice batosta sulle residue speranze di ripresa germogliate la scorsa primavera grazie, però, al programma di stimoli fiscali governativi. La realtà è un’altra: le vendite di case esistenti sono crollate ai minimi da 15 anni (dato di martedì), quelle di nuove abitazioni (dato di ieri) sono addirittura precipitate al livello più basso dal 1963, anno dell’uccisione del presidente John Kennedy. Nei quartieri residenziali i cartelli con le scritte «for sale» certo non mancano, ma sono nettamente inferiori a quella che potrebbe essere l’offerta reale. Nonostante tassi ai minimi storici, gli acquirenti stentano a materializzarsi, forse spaventati dalla prospettiva di ritrovarsi un mutuo sulle spalle se dovesse saltare il posto di lavoro, oppure perché già troppo indebitati o, più semplicemente, perché scommettono su un’ulteriore discesa delle quotazioni. Al tempo stesso, molti potenziali venditori restano in stand by per il timore di dover abbassare le pretese. Così nessuno fa la prima mossa. «È una profezia che si autorealizza - spiega un agente immobiliare californiano -. Se tutti i compratori hanno la percezione che i prezzi caleranno, smettono di fare offerte e i prezzi calano». Infatti: il costo delle nuove abitazioni è ai minimi da dicembre 2003. Il futuro? Nero. Con un tasso di disoccupazione al 9,5%, sostengono gli analisti, le difficoltà del mattone proseguiranno: «Il comparto ha contribuito in modo deciso alla recessione, ora bisognerà vedere quanto le sue difficoltà si faranno sentire sulla debole ripresa economica».