Le 24 Ore più lunghe di Villeneuve «Così mio figlio sarà fiero di me»

Potrebbe diventare l’unico ad aver vinto la 500 Miglia di Indy, la serie Usa, il mondiale F1 e la classica francese

Chissà di notte, chissà stamani? Chissà chi avrà avuto la meglio fra la regina Audi e l’aspirante Peugeot? Chissà se la Casa francese sarà riuscita a detronizzare la rivale tedesca? Chissà se Jacques Villeneuve, il suo uomo simbolo, l’uomo che potrebbe riscrivere la storia che corre a trecento all’ora, stamane si troverà davanti, là dove è lecito pensare e sperare di potercela fare. Là dove sarebbe costretto a pensare a che cosa dire un giorno al suo piccolo erede Jules: «Ma lo sai che papà ha vinto tutto, proprio tutto con le auto? Il campionato Indy americano, la 500 Miglia di Indianapolis, il mondiale F1 e anche la 24 Ore di Le Mans... Solo papà c’è riuscito, lo sai?».
Il fascino della 24 Ore di Le Mans è figlio di una ricetta semplice. Due soli gli ingredienti: il tempo e la velocità. Perché non c’è al mondo altra corsa che sappia miscelare così bene il cronometro che corre e l’acceleratore che spinge. È una gara di durata però è anche una gara di F1, con macchine capaci di toccare i 400 all’ora e tenere medie, lungo la giornata, di oltre 240 km/h. Tre piloti per ogni equipaggio, tre pazzi che s’alternano al volante, che si passano le macchine nei box come staffettisti con il testimone. Soprattutto, tre uomini chiamati a fare turni di lavoro, a volte doppi, per lasciar riposare di più i compagni che li dovranno poi sostituire. E turno doppio significa guidare per tre ore di fila, magari in piena notte, quando i fari allo xenon disegnano traiettorie e stelle filanti sull’asfalto e ogni curva può diventare un’ombra e ogni ombra un guasto, un errore.
Di tutto questo, del fascino perverso e pericoloso della 24 Ore, sanno bene i veri appassionati, e sanno i piloti che prima o poi ci provano. Per cui lo sa il canadesino, l’uomo che vuole riscrivere la storia che corre, l’uomo scattato con la Peugeot Hdi col terzo tempo dietro agli altri due equipaggi del Leone transalpino (Lamy-Sarrazin-Wurz in pole) e Montagny-Zonta-Klein. Alle 21 di ieri sera, Villeneuve e i suoi due compagni (il collaudatore ferrarista Marc Gené e Nicolas Minassian) erano in seconda posizione, dietro l’Audi R10 dominatrice delle ultime due edizioni, guidata da Dindo Capello, capitano di uno dei tre equipaggi “tedeschi”. In squadra anche Emanuele Pirro, altro veterano.
La 24 Ore è una sfida tecnica fra due concezioni diverse. Peugeot, con abitacolo chiuso, ha infatti scelto un progetto estremo, puntando su un telaio che per rigidità torsionale, leggerezza e robustezza non ha nulla da invidiare a quelli della F1. Non a caso, a guidare i suoi bolidi ha chiamato soprattutto ex piloti del Circus. Al contrario le Audi, ad abitacolo aperto, dominatrici negli ultimi anni, fanno dell’affidabilità e della velocità in rettilineo (a scapito della percorrenza di curva) i loro punti forti.
Quanto alla sfida umana, gli occhi erano e sono tutti per Villeneuve. Perché Jacques si è allenato un anno per centrare la vittoria in questa classica. «In effetti, mentre guido non ci penso, però poi, a motori spenti, è inevitabile...» ha detto prima del via. Il canadese si riferisce al record di Graham Hill, l’unico campione del mondo di F1 ad aver vinto la 500 Miglia di Indianapolis e anche la 24 Ore di Le Mans, nel 1972. «Penso a mio figlio, adesso è piccolo, ma un giorno mi chiederà che cosa ho fatto in carriera, e allora sarà fiero di sapere che ho vinto questo e anche quello. Gli dirò che ho trionfato nelle due competizioni motoristiche più difficili da conquistare: il campionato F1 e la 500 Miglia. Ho persino vinto (sarebbe, dunque, l’unico col poker) il mondiale IndyCar. Per cui, mi piacerebbe raccontargli che ho conquistato anche Le Mans. Potrei dirgli, “figlio mio, papà ha vinto proprio tutto...”. In fondo, possiamo farcela, l’auto è incredibile e i miei compagni sono veloci e non fanno errori stupidi».
Oggi pomeriggio l’arrivo, stamane il verdetto della notte. Sperando nell’impresa, sperando che nessuno commetta qualche stupidaggine. Domani, un bimbo non lo perdonerebbe a suo papà.