«Dopo 25 anni riabbraccio la mia famiglia distrutta da Cesare Battisti»

La vedova del gioielliere Torregiani ha incontrato i figli Uno finì paralizzato nella rapina dei terroristi del Pac

da Milano

È successo all’improvviso, in un luminoso pomeriggio d’estate. «Hanno citofonato. “Chi è?” “Alberto e Marisa, i tuoi figli”. “I miei figli?”. Sono volata giù per le scale», e nel dirlo Elena Torregiani regala un sorriso che le toglie almeno dieci anni. Due rampe e nel cortile alberato del grande condominio popolare della vecchia Milano la mamma ha ritrovato i ragazzi persi da un quarto di secolo. «Ci siamo abbracciati tutti e tre, mi hanno portato al bar vicino casa, abbiamo bevuto il caffè. Non mi pareva vero: Alberto, il mio preferito, il mio piccolino, e Marisa. Li guardavo, li riguardavo, mi stropicciavo gli occhi. Non li vedevo dal 1982. La mia famiglia era rimasta sul selciato di via Mercantini, alla Bovisa, uccisa insieme a mio marito Pierluigi dai Pac di Cesare Battisti». Era il 16 febbraio 1979.
Troppo dolore. Troppa angoscia. Troppa sofferenza. Nel conflitto a fuoco fra l’orefice e i terroristi, il padre, dramma nel dramma, colpì il figlio: Alberto rimase ferito alla schiena e da allora è inchiodato su una sedia a rotelle. «Non sopportavo la vista di quel ragazzo di quindici anni. Era troppo forte. Poi lui cominciò a prepararmi: “Mamma, vado a stare dai cugini a Novara. È meglio”». Sparirono uno alla volta, in fretta: Anna, che non è più tornata, Marisa e Alberto. Ciascuno cercò una cuccia dove rifugiarsi e ricominciare. «Andai al matrimonio di Anna, ma solo alla cerimonia. Pativo l’assenza di mio marito, mi mancava terribilmente la sua faccia buona, il suo dinamismo, il suo essere rassicurante. Non me la sentii di partecipare alla festa. E capii che con loro era finita».
Venticinque anni di silenzi. Di lontananza. Di incomprensioni dettate dalla lontananza. E il più classico dei cortocircuiti affettivi: loro convinti che lei non li volesse più incontrare, lei sicura che loro non avessero piacere a darle anche solo un bacio e che il tarlo dell’infelicità avesse generato la più devastante della malattie: l’ingratitudine. I Pac ormai erano solo un ricordo sbiadito, ma la crepa provocata da quell’omicidio insensato aveva fatto crollare tutta la famiglia. «Ho vissuto a lungo nutrendomi di nostalgia e di dolore. Siamo stati insieme per troppo poco tempo. Tutto iniziò nel ’70 quando Pierluigi fu ricoverato in ospedale a Crema per un tumore. Sembrava spacciato, invece superò la malattia. E lì in clinica conobbe una povera donna che gli confidò il proprio dramma: lei era prossima alla fine, il marito era minato dalla tubercolosi, i suoi tre figli erano senza futuro. Quando la coppia lasciò questo mondo, Pierluigi mi disse: “Li prendiamo noi quei tre ragazzi”. Li adottammo. Trascorremmo anni belli e spensierati ma tutto finì maledettamente in fretta, con quella sparatoria».
L’oreficeria di Pierluigi, alla Bovisa, in rovina; i debiti; la paura, Alberto sulla sedia a rotelle. La famiglia creata da un atto d’amore fu distrutta da un atto d’odio. «Io sono devota del cardinal Schuster. Andavo in Duomo e pregavo: fammi rivedere i miei figli. Accendevo una candela alla chiesa del Rosario, qui a Porta Vittoria, il quartiere in cui sono nata e vissuta. Sono invecchiata pregando per questo miracolo, perché non vincessero Battisti e i Pac. Ma mi ero rassegnata, erano riusciti a separarci alzando fra di noi un muro di dolore. Pensi, una decina d’anni fa ho bussato pure all’anagrafe, per sapere dove abitavano, ma tutti tacevano. Mi pareva di impazzire. Poi questa estate la sorpresa: Marisa e Alberto mi aspettavano al piano terra. Sa, qui non c’è l’ascensore, Alberto non può salire in casa, questo mi dispiace, è un cruccio, ma pazienza».
Alberto e Marisa sono tornati e ritornati in quel condominio popolare. «Ho dato loro le foto, tutte le foto delle vacanze in Grecia e della crociera ad Agadir. Alberto aveva gli orecchioni, si parte, non si parte. Gli misi in testa una bella sciarpa e andammo lo stesso».
Adesso passato e presente si sono ricongiunti, la casa in penombra di Porta Vittoria è meno sacrario ed è più vissuta. Ci sono le foto, testimoni muti di un passato perduto, c’è il faccione sorridente di Pierluigi e quelli colmi di aspettative dei tre ragazzi che credevano di aver trovato il loro presepe, ma ci sono anche i germogli degli affetti che tornano: «Il marito di Marisa ha rifatto il cancelletto del balcone da cui si entra in casa e adesso vuole imbiancare l’appartamento. Ma io sto bene così, io ho vinto, anche se ero convinta di aver perso. Adesso, adesso che ho ritrovato i miei figli morti, lascerei in vita anche Battisti. E non gli darei nemmeno la pena di morte. Che stia in prigione, può bastarmi. Anzi no, dovrebbe passare quello che ho passato io. Questa sarebbe la pena che gli farei scontare».