Il 25 aprile recita faziosa della sinistra

Prepariamoci al peggio. E il peggio è che anche quest’anno - com’è accaduto in altri momenti cruciali della vita politica italiana - la celebrazione del 25 aprile rischia di diventare una recita faziosa, monopolizzata da attori e rètori della sinistra. Ricordate il 25 aprile del 1994? Silvio Berlusconi aveva a sorpresa trionfato nelle elezioni sbaragliando la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, e gli sconfitti si presero una rivincita piazzaiola nella manifestazione milanese per la Liberazione: che divenne in tutto e per tutto un virulento sfogo antigovernativo. Le insegne dell’antifascismo vennero innalzate non per combattere il fascismo - morto da mezzo secolo - ma per dichiarare guerra a quella metà d’Italia che - allora come due domeniche fa - aveva preferito il Cavaliere. Bossi, che di Berlusconi era alleato, tentò di partecipare al corteo celebrativo ma ne fu respinto con oltraggio: per esservi invece gioiosamente ammesso il 25 aprile 1995 grazie al semplice fatto che, essendosi staccato da Berlusconi, meritava ormai l’applauso.
Adesso per la sinistra l’occasione resistenziale è ghiotta. Si tratta d’associare gli eventi cerimoniali all’esultanza per la molto discutibile prevalenza dell’Unione di Prodi nelle recentissime politiche. Sentiremo sicuramente vibrare, in troppi discorsi apparentemente super partes, una nota unica: ha trionfato la resistenza (al Cavaliere). Per gli appartenenti alla vil razza dannata del centrodestra non è mai stata aria, nei comizi e cortei resistenziali. Ancora un anno fa il sindaco Albertini e il presidente della Regione Formigoni hanno dovuto fare i conti con i fischi della folla. Letizia Moratti, candidata a Palazzo Marino per il centrodestra, ha fatto sapere con risolutezza che lei alla grande manifestazione milanese ci sarà, e che la fischino pure.
Per la logica che presiede a questi comportamenti avrà comunque battimani scroscianti l’ex prefetto Bruno Ferrante, candidato del centrosinistra. Come cambia il mondo, e come è facile asservire gli entusiasmi di parte - veri o simulati - alle convenienze spicciole. Ci fu una mezza rivoluzione a Milano, nell’autunno del 1947, De Gasperi e il suo ministro dell’Interno Scelba volevano sostituire un prefetto venuto dalla guerra partigiana, Ettore Troilo, con un prefetto di carriera: essendo il prefetto visto, nell’ottica della sinistra classica, come l’occhiuto esecutore di ordini impartiti dal governo repressore.
Invece, mondato di ogni colpa, l’ex prefetto Bruno Ferrante diventa adesso apostolo della Milano progressista e la signora Moratti - che viene dalla cosiddetta «società civile» - è una reazionaria incorreggibile.
C’è anche un pizzico di sadismo psicologico nei moniti che la sinistra lancia agli avversari. Quando Berlusconi disertava le oceaniche adunate per il 25 aprile gli imputavano un gesto sprezzante verso i sacri valori della Resistenza, dell’antifascismo, della democrazia. Ma se qualcuno del centrodestra sì azzardava a farsi vedere da quelle parti piazzaiole, era sotterrato da gestacci e insulti.
Si voleva, insomma, che i rappresentati d’una metà abbondante del Paese non mancassero a quell’appuntamento, ma per farsi prendere a male parole. L’antifascismo, è ovvio, non c’entra. Lo stacco generazionale ridicolizza ogni pretesa dei manifestanti per il 25 aprile d’essere, loro soltanto, depositari, eredi, interpreti della democrazia. Sono italiani che - tranne una frangia di molto anziani - non hanno dovuto compiere alcuna terribile scelta in momenti tragici, e che la libertà l’hanno avuta in dono.
Così come l’ha avuta in dono un intero Paese che alla lotta contro l’occupante tedesco - in precedenza alleato tedesco - ha sacrificato le vite di migliaia di valorosi, ma che s’è scoperto antifascista solo quando, volgendo al catastrofico le sorti della guerra, gli eserciti stranieri si sono affrontati sul nostro territorio, martoriandolo.
La ricorrenza solenne del 25 aprile è stata spesso trasformata, per opera di piccoli uomini settari, in una fiera delle vanità e delle offese alla verità. Vorrei tanto che questo fosse evitato martedì prossimo: ma non mi illudo.