Il 25 aprile della sinistra calci e sputi agli azzurri

Forza Italia nel mirino: durante il corteo aggrediti la Maiolo e Palmeri

Gianandrea Zagato

C’è solo l’imbarazzo della scelta. Parliamo degli insulti, naturalmente. Quelli risuonati nelle strade e nelle piazze del 25 aprile contro gli esponenti di Forza Italia. Aggressioni verbali arricchite anche da calci e sputi, come da copione. Sono però mancate le monetine che nel 1994 contrassegnarono l’assalto contro gli azzurri colpevoli di voler partecipare al corteo.
Immagine della strumentalizzazione messa in atto dal centrosinistra, con l’ennesima trasfigurazione della piazza. Fotografia che Manfredi Palmeri sintetizza in «due-calci-due» per aver tentato di «riprendermi quel tricolore strappato di mano» e che Tiziana Maiolo condensa in una tripletta «insulti-sputo-insulti». Festa davvero niente male per chi, ricorda il capogruppo comunale di Forza Italia, aveva un solo scopo: «Partecipare al corteo insieme ai milanesi sventolando il Tricolore col pensiero rivolto ai valori della Repubblica, della democrazia e della libertà». La realtà però è stata ben diversa: «Giunto in piazza San Babila un piccolo gruppetto di manifestanti ha tentato di strapparmi la bandiera. Me ne sono accorto e d’istinto mi sono girato nel tentativo di riprendermela. Ne è nata una breve colluttazione con due o tre manifestanti sessantenni che mi hanno tirato anche un paio di calci».
Episodio avvenuto sotto gli occhi del capolista dell’Ulivo, Andrea Fanzago, che così lo commenta: «Chi semina vento raccoglie tempesta» ovvero «le contestazioni sono un esito che ci si poteva aspettare dopo un periodo di tensione ed esasperazione, anche a seguito delle vicende elettorali, con il non riconoscimento della vittoria dell’Unione, che hanno fatto sì che per alcuni questa manifestazione assumesse i connotati di una rivincita». Va aggiunto, per dovere di cronaca, che Fanzago è prontamente intervenuto «in difesa e in soccorso» dell’azzurro Palmeri, mentre non c’è stato alcun sostegno per l’aggressione subita da Tiziana Maiolo: «Mi hanno sommerso di insulti, sputato addosso e strattonata. Hanno urlato che sono una traditrice, di quale tradimento, be’, non si sa. Si sa però qual è adesso il futuro che ci attende, di intolleranza e illiberalità. Non vorrei che domani dovessimo essere noi a fare la resistenza».
Parole, quelle dell’assessore comunale ai Servizi Sociali, che contengono la rabbia verso chi ha tradito lo spirito di questa manifestazione dove, al di là dello stretto anniversario storico, non si è unito ma si è diviso. Un compleanno sciupato dall’intolleranza e dalla violenza, dunque. Come quella che ha costretto la pattuglia della comunità ebraica ambrosiana a «tener basse» le bandiere con la stella di Davide in campo bianco perché altrimenti «non ci fanno passare». Già, quelle stesse bandiere portate con onore dai cinquemila azionisti che nel 1943 sbarcarono in Sicilia con l’esercito inglese per battere i nazisti.
Episodio pure questo avvenuto tra gli applausi dei manifestanti, mentre gli autonomi inneggiavano alla «Palestina libera e rossa» contro «gli assassini ebrei». Slogan cari a quell’area no global coccolata dal centrosinistra. E sotto gli occhi di Dario Fo e di sua moglie Franca Rame, che garantiscono una mano «ai venticinque compagni antifascisti» arrestati dopo i disordini dell’11 marzo, c’è sempre il gruppetto antagonista che scandisce «un sasso qua, un sasso là e intifada vincerà». Virgolettati che si traducono in due bandiere d’Israele date alle fiamme: Claudio Morpurgo, presidente delle comunità ebraiche italiane, osserva l’ennesimo atto della vergogna e mentre ne chiede la condanna a Romano Prodi, il diessino Emanuele Fiano dichiara che «l’atto offende non solo Israele ma tutti coloro che ricordano i partigiani e i martiri che liberarono l’Italia». Nota a margine sulla rituale intolleranza della sinistra, «quegli atti irresponsabili che non mancano mai quando c’è tanta gente» chiosa amaro Filippo Penati.