29’st

(...) dell'antistadio è addobbato in sublime stile cimitero. Mazzi di fiori e corone, al centro un enorme striscione con scritte nere: «Bagna, il tuo urlo libero sempre nella Nord». Il gruppo dei "Boys", la brigata ultrà che vantava tra i suoi iscritti il caduto di Asti, rende omaggio al nuovo martire. E poco più in là, perché si sappia subito chi davvero ha fatto del male, lo striscione dedicato ai giornalisti infami e venduti: «Il vostro inchiostro non macchierà il suo ricordo».
Morti e nemici sono gli unici, in questa sgangherata e surreale nazione, che riescano ad abbattere d'incanto le barriere insormontabili della politica e delle fazioni. Parma celebra il massimo dei prodigi: la curva emiliana, storicamente di estrazione movimentista e no global, improvvisamente si associa e fraternizza con la curva laziale, da sempre orgogliosamente nera. Quando la partita comincia, gli ultrà di casa se ne stanno zitti per un quarto d'ora, esibendo soltanto uno striscione che sa di ufficiale intitolazione: «Curva Nord Matteo Bagnaresi». All'altro capo delle gradinate, i laziali rispondono con una carezza: «Ciao Matteo, saluta Gabriele». Chiedono al nuovo defunto di salutare il loro, lassù, da qualche parte, nel Paradiso dei tifosi sacrificati.
Ma è mai possibile? Ma davvero è accettabile che un esercizio ludico, una passione sportiva, un puro e semplice passatempo producano enormità di queste dimensioni? La tragedia ancora più folle della tragedia stessa sta proprio in questo: che in qualche modo stiamo accettando, quasi come un pedaggio fisiologico, la morte di uomini giovanissimi. Li vediamo picchiarsi, sprangarsi, accoltellarsi, li vediamo ricuciti in ospedale e irrigiditi in un obitorio, mestamente li piangiamo giurando mai più, ma sostanzialmente consideriamo tutto questo come qualcosa di irreversibile e di irrisolvibile. Più o meno, un deprecabile rischio statistico. Su tot aerei che volano, uno cade. Su tot scontri di curva, in uno ci scappa il morto. Nell'ultimo anno, partendo da Raciti, siamo già a tre. Ma pare che non sia il caso di farla troppo tragica. Il calcio è questo, la società è questa, che vogliamo fare? Vogliamo fermare il mondo? Certo che no. Basta piangerci un po' sopra, poi si riparte di slancio.
E allora avanti con la messa cantata della commemorazione, tante volte già vista e rivista. Il giocatore (Bucci) che porta un mazzo di fiori sotto la curva, l'arbitro che impone il minuto di silenzio, le due curve che dagli opposti estremismi si affratellano in reciproche carinerie: «Uno di noi, Matteo è uno di noi», «Uno di noi, Gabriele è uno di noi».
Ci sarebbe persino il dettaglio incredibile del primo gol di Budan, segnato proprio mentre la curva del Parma rompe il quarto d'ora di silenzio, inneggiando a Matteo Bagnaresi. Piacerebbe molto, a tutti quanti, raccontare che il gol della vittoria lo regala proprio Matteo, dal Cielo, perché lui è ancora qui, sarà sempre qui, tiferà sempre qui. Peccato soltanto che questo gol così significativo finisca poi nel calderone di un caotico 2-2. Niente coincidenza lacrimevole. Ma peccato soprattutto che Matteo, e con lui Gabriele, in realtà non siano qui. Nè ci torneranno mai. Al massimo, torneranno come puro e semplice ricordo. Ma non c'è niente di struggente, in tutto questo. Non c'è nulla di consolante, in un campo di gioco che diventa luogo della memoria. Parma, Tardini: l'ultimo stadio del calcio.