«Da 30 anni faccio poesia senza prendere un soldo E ora la porto su iPad e tv»

«Scusa, puoi ripetere?». «Hai capito bene: cento milioni di dollari. In compenso io non mi lamento per i tagli passati e futuri alla cultura. Non ho mai preso né una lira, né tantomeno un euro, che cosa possono tagliarmi, l’aria?».
I cento milioni di dollari sono quelli che la signora Ruth Lilly, erede del colosso farmaceutico statunitense, donò nel 2002 alla Poetry Foundation di Chicago, quella che stampa la rivista di poesia più diffusa in America, Poetry, appunto. E chi non si lamenta dei tagli alla cultura è Nicola Crocetti, una vita nella redazione milanese del Giornale, fondatore e direttore di Poesia, l’equivalente europeo di Poetry, fra le 11 e le 14mila copie vendute. Ora, con Il capolavoro mostruoso, autobiografia in versi del suo amico Giannis Ritsos, festeggia i trent’anni di attività editoriale.
Allora, Nicola, con la poesia si fanno anche i soldi...
«Qualcuno li fa, e a palate. Sai chi? Gli editori che pubblicano a pagamento. Libri che nessuno, tranne l’autore, acquista, perché non vanno in libreria».
Quelli dei Mario Rossi che si credono Giacomo Leopardi?
«Esatto. Vengono anche da me. Arrivano con il libretto degli assegni in mano. Cerco di non essere troppo brusco, quando li metto alla porta. Tutti i miei collaboratori lavorano gratis, e io faccio altrettanto».
Sempre questa storia degli italiani santi, navigatori e poeti...
«Li hanno anche contati statisticamente: 200-300mila. E, bada bene, non gente che scrive versi occasionalmente, se s’innamora o gli muore la nonna. No, sono persone che, a modo loro, fanno i poeti come secondo lavoro. O come primo, se pensionati».
In fondo, dei frustrati.
«Per forza. Sono affetti da una grave malattia, la smania di pubblicare. Io li incontro puntualmente, al Salone del Libro di Torino. Mi mettono i loro fogli in mano. “Qual è l’ultimo libro di poesia che ha letto?”, chiedo. Farfugliano qualcosa tipo “beh... adesso non ricordo... Neruda ecco, il grande Neruda...”. Vedi, la poesia ha un grande problema».
Dimmi.
«In giro c’è un’infinità di poesia o presunta tale, ma anche una profonda ignoranza di poesia. Per essere poeti non basta scribacchiare andando a capo dopo una manciata di parole. Serve la conoscenza degli autori veri, il confronto con il loro lavoro, le loro tematiche».
È anche vero che la poesia non è un prodotto ben venduto. Non ci sono spot di poesia.
«Io li ho fatti. Nel ’91, sulle reti Mediaset. Andavano dopo la mezzanotte. Tirai 50mila copie. Ma adesso su Televeneto...».
Televeneto?
«Sì, l’emittente di Luigi Giacomuzzi. Sto lavorando al numero zero di una trasmissione di poesia».
Sei un pazzo.
«La BBC secondo te è pazza? Pochi mesi fa ha fatto una prima serata di poesia. Ed è andata benissimo. Se ripenso a Montale...».
In che senso?
«Una volta, ero ragazzo, lo incontro e lui mi confida “sai, io vendo un duemila copie... ma in dieci anni”. Dopo il Nobel, nel ’75, le copie diventarono 50mila. È l’effetto mediatico, lo stesso che ha fatto di Alda Merini un fenomeno».
Però qualcosa mi dice che fra i poeti e la grana il dialogo sia... molto ermetico.
«Piccolo episodio. Per i vent’anni di Poesia, nel 2008, grande festa a Palazzo Reale, a Milano. Vado a prendere all’aeroporto Seamus Heaney, altro premio Nobel, al quale avevo giorni prima accennato vaghissimamente a un compenso “coperto” da uno sponsor. Nel frattempo lo sponsor si era defilato. “Seamus, purtroppo lo sponsor...”, mormoro. “Nicola, non osare parlarmi di soldi”».
A proposito di sponsor, quando arriva la tua Ruth Lilly?
«Lascia perdere. Piuttosto dovrebbero capirlo che promuovere cultura anche con la poesia è un grande onore. Fra l’altro, c’è una legge che agevola le donazioni, ma quasi nessuno la sfrutta. Però lasciami fare due esempi importanti».
Vai.
«Nino Aragno. Un industriale che pubblica libri bellissimi, anche di poesia. E pochi sanno che Silvio Berlusconi ha finanziato con 100mila euro l’edizione integrale inglese dello Zibaldone. Il tempo lavora per loro».
Dipende dai punti di vista...
«Io penso veramente che, come disse qualcuno, se papa Giulio II non avesse finanziato l’affresco della Cappella Sistina, sarebbe finito “in una nota a pie’ di pagina nel libro della Storia”».
Prima della Storia c’è il presente. Un progetto, tv a parte?
«Eccolo (agguanta un iPad dalla scrivania a fianco). Da poco Poesia è anche qui, e costa 2,99 euro invece di 5. Sono arrivato secondo nel mondo. Mi hanno anticipato quelli di Poetry. Ma va bene così».