Per 30 anni un fantasma. Ora avrà un funerale

Disperso dal 1973 fu trovato cadavere otto anni fa tra i ghiacciai del Monte Rosa. Ma non si conosceva l’ identità

Finalmente ha trovato pace nel primo tepore d'aprile. Per più di trent'anni, non gli è toccato che gelo: prima sotto il ghiacciaio del Monte Rosa, poi in una cella frigorifera al cimitero di Aosta. Adesso riposa nel piccolo cimitero di Gressoney La Trinité, guardato paternamente dalle cime che ha amato. Il parroco, don Ugo, ha pronunciato qualche parola giusta anche per lui, restituendogli almeno la dignità di un nome, di una storia, di un destino. «Piangiamolo come se fosse mancato ieri - ha detto - perché il tempo è un concetto degli uomini. Dio conosce solo l'eternità...». Quindi il coro degli alpini ha intonato sommessamente il «Signore delle cime», come si conviene davanti ai figli rapiti dalla montagna.
Ce n'è voluta, prima di arrivare a questo estremo gesto di pietà cristiana. Benedicendo la salma, don Ugo ha messo fine a una storia che arrivava dall'altro millennio. Sinora, solo frammenti sparsi, senza che mai nessuno riuscisse a ricomporli con certezza, trovando la soluzione definitiva allo strano puzzle d'alta quota.
Si sapeva questo, come inizio: il 16 giugno 1973 un bravo alpinista originario del Varesotto, Giorgio Premazzi, all'epoca venticinquenne, sparisce durante un'ascensione sul Corno Nero. Vane le ricerche, in quel giugno lontano. Vana la disperazione dei familiari, degli amici, della fidanzata: di Giorgio e della sua energia inesauribile, del suo spirito libero e del suo coraggio giovanile, nessun indizio utile. Consegnato all'eternità come un fantasma imprendibile.
Poi, il secondo frammento. Stessa zona, 1999: il ghiacciaio del Lys restituisce un corpo umano. Dopo gli accertamenti rituali, i resti vengono ricomposti nel cimitero di Aosta, in attesa che qualcosa o qualcuno consenta di assegnare un'identità precisa. Sarebbe bello che i due frammenti combaciassero subito, che quella tremenda e irrisolta sparizione del '73 trovasse il suo naturale sbocco nel ritrovamento del '99, cioè che l'anonimo cadavere parcheggiato ad Aosta si trasformi naturalmente nelle spoglie mortali di Giorgio Premazzi. Purtroppo il tempo è passato. A ventisei anni di distanza, dei tanti affetti che invano allora l'avevano aspettato a casa ne sono rimasti soltanto due. Un'anziana zia e la fidanzata. Neppure loro, però, riescono a chiarire con certezza, come richiede la legge, se davvero il fantasma sfuggito alla morsa del ghiacciaio è quello dell'amato.
Passano altri sette anni. Sette interminabili anni nella cella frigorifera di un cimitero, in un gelo più freddo del ghiaccio perenne: il gelo amaro di un ritrovamento inutile, senza la modesta gioia di una consolazione finale, di un qualcuno che in qualche modo possa mettere la pietra tombale della pace su una storia tanto assurda e lacerante.
Poi, la svolta. Anziché avviarsi a un penoso futuro di eterno enigma, nuova mummia di Similhaun in salsa valdostana, un giorno il fantasma del ghiacciaio può finalmente ritrovare il suo agognato profilo terreno. Grazie ai moderni esami del Dna, ora è possibile dire con certezza che sì, quei poveri resti condannati al gelo dell'oblìo sono in realtà di Giorgio, alpinista disperso e rimpianto. Sul quel gelo improvvisamente rifiorisce l'icona unica e inconfondibile di una storia, con un nome preciso, un volto preciso, un ricordo preciso.
Per le vie del paese, nei giorni dopo Pasqua, appaiono i manifesti funebri che sommessamente restituiscono al ragazzo scomparso nel 1973, seguendo il richiamo irresistibile della montagna, la doverosa identità di caro defunto. Con parole sobrie, «a darne l'annuncio è Clara Fanton», la fidanzata che non ha mai smesso di cercarlo. Ha organizzato tutto con cura e dolcezza, per seppellirlo qui, da dove in fondo il suo amore giovanile non s'è mai mosso. E dov'è giusto che resti. Per lui, la preghiera definitiva di un buon prete alpino: «Il Cielo ha già accolto da tempo l'anima del nostro fratello Giorgio, lì resterà nei secoli dei secoli...». In un tiepido sabato di montagna, finalmente risuona la parola amen.