A 300 all’ora sulla pista che tradì Niki con la safety car che vola come una F1

Guida Maylander, però che paura alla curva maledetta: la Bergwerk

nostro inviato a Nürburgring
Sono qui per provare e per credere. Ore dieci in punto di un mattino di vigilia motoristica. Sulla collina il maniero del Nürburg, sotto la collina il sottoscritto con casco e sottocasco ignifugo in mano. Attendo nel box del vecchio circuito del Nürburgring, quello lungo 22 chilometri e otto, quello dei duelli tra Fangio e Moss, fra Clark e Brabham e Hill e Stewart e Peterson. Quello del rogo di Lauda.
In questi giorni, la seconda vita di Niki compie trent’anni: è rinato su questo circuito, uscendo comunque vivo dalla «grigliata» - come la chiama lui - alla curva Bergwerk. Sono qui per capire che cosa volesse dire, all’epoca, correre a trecento all’ora fra i sali e scendi della mitica Nordschleife; per capire perché questa pista è traditrice ed odiata e amata dai piloti, persino rimpianta da chi all’indomani dell’incidente chiese e ottenne di non correrci più.
Alle dieci in punto, il primo oggetto in movimento ai box è un’ambulanza. Non servirà, è solo scenografia. Arrivano i piloti della Mercedes, piloti del Dtm, la serie che in Germania fa concorrenza alla F1. Scelgo o vengo scelto da Bernd Maylander, il pilota della safety car durante i Gp. Preparano il sedile, mi inchiodano all’abitacolo della safety car con le cinture a sei punti d’attacco e in un attimo m’accorgo di provare per Bernd l’affetto e la dipendenza di un bebè verso la madre. Caro vecchio amico Bernd: mi raccomando, riportami integro nella culla.
Si parte. La Mercedes imbocca l’entrata della pista, giusto un attimo e la curva impazzita è là in fondo: riuscirà a frenare? Ci riesce. Poi sinistra e poi destra e penso che non restiamo in pista e vedo il dosso, si decolla, non si decolla, si esce e non si esce, neppure ci cappottiamo come avrei giurato dopo il niente in cima alla collinetta presa a 270 all’ora. Contro ogni legge fisica, la Mercedes del caro vecchio amico Bernd resta incollata all’asfalto. Trecento all’ora. Oso sbirciare il contachilometri e vengo punito dalla staccata e l’impostazione di curva all’Aremberg, una destra veloce che mi sbatacchia il casco contro il montante della macchina. Mi sfiora giusto un filo di paura, osservo il caro vecchio amico Bernd come durante le turbolenze in aereo si fissano gli occhi delle hostess per capire se si va giù o si resta su. Bernd capisce e ruota impercettibilmente il polso, guarda l’ora. È un gesto rassicurante, tutto è sotto controllo. La paura svanisce. Ma è proprio in quel momento che comincio a perdere il controllo, è lì che se solo potesse sentirmi, al caro vecchio amico Bernd direi «vai ancora più veloce, ancora più veloce», sarà l’ebbrezza da sbatacchiamento, ma che bello sarebbe se non finisse mai.
Sono passati quattro minuti, che fatica concentrarsi, che fatica pensare al motivo di questa prova, a quel voler transitare lungo la famigerata curva Bergwerk, là dove Niki perse il controllo. Eccola. Con tutti i progressi fatti in trent’anni nel campo della sicurezza, basta passarci a tutta velocità per capire che se io e il caro vecchio amico Bernd uscissimo in quel punto non ce ne sarebbe per nessuno. Certo, però Niki, dopo il botto, aveva addirittura la cintura bloccata mentre le fiamme si sprigionavano.
Altri quattro minuti e rotti a sfidare la legge della gravità e le colline dell’Eifel, poi la frenatona che immette nella corsia dei box. Che meraviglia la prova, e che meraviglia essere finalmente fermi. Un calorissimmo saluto al caro vecchio amico e mamma Bernd. Mi slaccio la cintura, o meglio: vorrei slacciarmi la cintura. Non ci riesco. Si è bloccata. Come a Niki.