In 30mila per l’addio al «gigante buono»

Il presidente del Consiglio comunale Palmeri: «Un posto per lui tra i grandi del Cimitero Monumentale. Il suo nome sarà il primo di uno sportivo nel Famedio»

Igor Principe

Massimo Moratti e l’Inter al completo. Tutta la dirigenza della Lega, dal presidente Antonio Matarrese in giù. Poi Giovanni Cobolli Gigli per la Juve, Adriano Galliani per il Milan. E i grandi di un tempo: Altobelli e Rummenigge, Michel Platini, Giancarlo Antognoni, Franco e Giuseppe Baresi, Dino Zoff, Mariolino Corso e il «Bonimba» Roberto Boninsegna.
Facce che ti aspetti, ai funerali di Giacinto Facchetti, presidente dell'Inter. Quel che ti sorprende, invece, è il flusso continuo di persone che hanno voluto rendergli l'ultimo omaggio. Incolonnate in un serpentone che ha avvolto la cappella di San Sigismondo, accanto alla basilica di Sant’Ambrogio, sono sfilate nella camera ardente dalle undici del mattino. Dietro al feretro, una foto in bianco e nero del Facchetti atleta e una, a colori, come presidente nerazzurro; su di esso, una bandiera interista e una della nazionale.
Una processione ovattata, con il silenzio rotto solo dal crepitare della ghiaia sotto i piedi. Due ore e mezzo più tardi si sono contate circa trentamila persone, e almeno un terzo si è fermato anche per le esequie, con la basilica piena dal sagrato all’altare. Centinaia le sciarpe nerazzurre. Sui cancelli, in piazza, uno striscione diceva: «Grazie, Facchetti, di aver onorato l'Inter e tutti noi».
Una frase incompleta, a leggerla con il pensiero di Giuseppe Bergomi: «È stato una bandiera per tutto il calcio. A lui mi legano solo bei ricordi, ed è stato per me un punto di riferimento sia nel gioco che come uomo. Faccio fatica a pensare che non ci sia più». Tanta gente non lo ha stupito: «Chi si dimostra leale poi viene per forza ricompensato in questo modo».
Tra le bandiere dell’Inter e della Nazionale, ne emerge una terza, virtuale, che simboleggia la vita di Facchetti. Ed è bianca del candore tipico della lealtà e della correttezza. Note su cui si intona all’unisono il coro di chi l’ha conosciuto. Come Armando Cossutta, interista di vecchia data: «Mi telefonava sempre il giorno del mio compleanno - ha detto il presidente dei Comunisti Italiani -. La sua gentilezza e la sua onestà sono virtù sempre più rare. Mi mancheranno». O come Adriano Galliani: «Facchetti era una persona dalle qualità inarrivabili. Quattro mesi fa giocava a tennis, e mi parlava di una banale operazione al menisco. Poi è venuto fuori tutt’altro, e io non so cosa pensare del destino». O come monsignor Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi e suo amico d’infanzia, che nell’omelia ha insistito più volte sulla parola «giusto».
E a proposito di giustizia, qualcosa si muove al Comune. «Secondo un parere della Commissione per le onoranze del Famedio gli sportivi non possono esservi inclusi», ha detto Manfredi Palmeri, presidente del Consiglio Comunale. «Ma Facchetti è un campione di sport e di vita. La settimana prossima proporrò che la limitazione per gli sportivi cada, e il suo nome sarà il primo da scrivere nel Famedio». Gli fa eco l’assessore allo Sport, Giovanni Terzi: «Da quest’anno il torneo «Oratorio Cup», la Champion’s League degli oratori milanesi, sarà dedicata alla sua memoria».
La cerimonia si è chiusa poco dopo le sedici. Prima l’omelia del vescovo di Lodi, Giuseppe Merisi, e il suo addio: «Arriverdeci in Paradiso, che è come un grande stadio in cui tutti saremo vincitori». Poi all’ultimo ricordo ha provveduto uno dei figli di Facchetti, Gianfelice. Uomo di teatro (è attore e autore), cita «Fahrenheit 451», il romanzo più noto dello scrittore nordamericano Ray Bradbury: «Secondo mio nonno non importa cosa fai; importa cambiare qualcosa in qualcos’altro che rechi la tua impronta». Sul selciato della storia del calcio, quell’impronta è quanto mai nitida.