Dopo 34 anni lo Stato scopre un’altra vittima del terrorismo

Ci sono voluti trentaquattro anni. Roberto Saporito era un bambino la mattina in cui i Nuclei armati proletari diedero l’assalto all’ufficio postale di via Castel Morrone, e nella sparatoria che ne seguì una pallottola ammazzò suo padre Giuseppe. Ora Roberto, diventato uomo, si rigira tra le mani un foglio su carta intestata del ministero degli Interni che, trentaquattro anni dopo, archivia e cataloga quella morte. Giuseppe Saporito, dice finalmente il ministero, fu una vittima degli anni di piombo: «alla luce delle risultanze istruttorie emerse, il signor Giuseppe Saporito rimase ucciso durante un tragico episodio riconducibile ad una matrice terroristica di eversione dell’ordine pubblico e possa quindi esserne considerato vittima innocente», recita il recente dispaccio del Viminale.
Era ovvio: basta leggere gli atti dei processi in Corte d’assise ed in appello, con gli autori della rapina che rivendicavano la giustizia proletaria e inneggiavano alle organizzazioni comuniste combattenti. Eppure per lunghi anni Giuseppe Saporito è stato un morto di serie B. In famiglia, come è giusto che sia, quasi non ci pensavano più: «La morte di papà l’avevamo chiusa in un cassetto» aveva raccontato il 19 marzo scorso Roberto Saporito, in una intervista al Giornale che forse può avere aiutato a riaprire la pratica. Fin quando due anni fa la Provincia di Milano scrive una lettera alla vedova e agli orfani dell’operaio, invitandoli a una di quelle celebrazioni un po’ tristi e un po’ orgogliose dove si ritrovano i familiari delle vittime. «E lì ci siamo sentiti presi in giro».
La famiglia Saporito ha mosso mari e monti. É andata a bussare alla porta di Armando Spataro, il pubblico ministero che in quegli anni indagava sui Nap. Ha chiesto alla Digos e ai carabinieri di rispolverare gli appunti di quegli anni sui Nap. E ogni tassello che spuntava non faceva altro che confermare la verità che i Saporito - ma non lo Stato - hanno sempre data per scontata. Quel sabato di novembre del 1977, in via Castel Morrone, non vi fu un fattaccio di cronaca nera, una impresa da criminalità comune, ma un altro pezzo dell’attacco terrorista alle istituzioni. Più dei modesti riconoscimenti economici previsti dalla legge, è questo che ai Saporito premeva vedere risarcito.
Alle spalle, resta il film di quella mattina. Giuseppe Saporito che esce di casa insieme a Davide, il fratello di Roberto. In auto passano per via Castel Morrone proprio mentre i terroristi stanno uscendo, armi in pugno, dall’ufficio postale che hanno appena svaligiato. Un metronotte li insegue sparando. Uno dei nappisti, Alfeo Zanetti, blocca l’auto di Saporito, lo colpisce con il calcio della pistola, lo costringe a lasciargli il volante. Saporito è lì, sull’auto, terrorizzato, che cerca di proteggere il bambino accanto a lui mentre terroristi e guardie giurate continuano a spararsi addosso. Una pallottola, sparata da un metronotte, raggiunge Saporito e lo uccide. Al processo, per quell’operaio morto per causa loro, dagli uomini del Nap non arriverà neanche mezza parola di pietà.