Dopo 4 anni si vendica del figlio ucciso

L’odio a lungo represso è esploso quando i tre si sono incontrati in un quartiere di Aversa

Carmine Spadafora

da Aversa (Caserta)

Quattro anni a dilaniarsi, senza il suo Roberto, ucciso a soli 22 anni, con un colpo di pistola, partito per errore dall'arma dell'amico più caro che aveva. Due sere fa, Francesco Marino, 53 anni, non ce l'ha fatta più: ha impugnato la calibro 9 per 21 e ne ha fatti fuori due. Vendetta. A terra, in via del Popolo, ad Aversa, centro del casertano, sono rimasti Felice Gravino, 52 anni e il figlio Francesco 27. Il ragazzo era l'amico di Roberto Marino, figlio di Francesco, trasformatosi in un minuto di follia criminale, da tranquillo bidello, in spietato assassino.
Fino a quel tragico 26 settembre 2001, quando avvenne la tragedia, Roberto Marino e Francesco Gravino, avevano condiviso tutto: le amicizie, il lavoro di vigilantes, persino la casa, a Portoferraio, dove erano andati a vivere, dalla lontana Aversa, stesso condominio anche lì, due famiglie amiche ma ormai divise per sempre da un odio feroce.
«Attento, ti sparo, non muoverti», disse Francesco Gravino il 26 settembre 2001 all'amico. Erano nel loro appartamentino, Ciccio, come lo chiamava Roberto, inserì il colpo in canna e puntò l’arma, sorridendogli. Invece, un proiettile partì davvero e andò a conficcarsi nello stomaco di Roberto. Una tragedia assurda, il cui strascico di due sere fa, nessuno poteva prevedere.
Il sorriso si dissolse sul volto di Francesco, mentre Roberto si accasciava senza forze sul pavimento. Gravino si inginocchiò davanti a Roberto ormai morente. Invocò il suo nome, pianse, telefonò al 113, chiedendo che fosse inviata un'ambulanza. La guardia giurata arrivò in ospedale ancora in vita, ma in condizioni disperate.
I medici lo sottoposero a un intervento chirurgico per cercare di bloccare la forte emorragia ma il tentativo fu inutile: Marino morì mentre era in sala operatoria.
Al processo, Gravino scelse la via del patteggiamento. Fu condannato alla pena di un anno di reclusione ma, la magistratura, riconobbe che la tragedia non era voluta. Dimesso dalla Securpol, Francesco tornò ad Aversa, nello stesso edificio dove vivono i tre fratelli più giovani di Roberto. Ma, ormai, l'ex guardia giurata era un altro ragazzo, distrutto da quel gesto superficiale e tragico.
Ma, nonostante l’involontarietà di quel maledetto sparo, due sere fa, il papà di Roberto, accecato dall'odio, ha deciso di farla finita e di punire la morte del figlio, uccidendo. Ha impugnato la calibro 9 per 21, non una pistola a caso ma quella che il suo ragazzo portava nella cintola quando era in servizio a Portoferraio, e che dopo la sua morte aveva deciso di conservare per ricordo. Francesco Marino ha incrociato in strada padre e figlio e ha aperto il fuoco. Ha svuotato l'intero caricatore sui Gravino, una vendetta terribile, inspiegabile.
L’assassino ha guardato un'ultima volta i corpi di quelli che un tempo erano stati anche i suoi amici e si è allontanato. Non è stata una fuga la sua: Gravino si è messo in contatto col suo avvocato, poi, assieme sono andati in commissariato.
«Sono stato io a uccidere Felice e Francesco Gravino», ha ammesso Marino. Poi, ha appoggiato la pistola sulla scrivania e ha porto i polsi per le manette a un ispettore. L'assassino è stato rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta).
Tante volte Marino e i Gravino si erano incontrati tra le scale del palazzo o in strada: mai un litigio o comunque un'avvisaglia di quello che poi è accaduto due sere fa.
Gli investigatori ritengono che, probabilmente, l'assassino sia stato colpito da un raptus omicida, impossibile da tenere a freno. «È terribile vivere senza un figlio», avrebbe detto in commissariato Marino, alla presenza di funzionari della squadra mobile.
Poco prima che l'omicida si presentasse alla polizia, gli agenti del commissariato e ella squadra mobile erano già arrivati alla risoluzione del duplice omicidio: chiarito che la camorra non c'entrava, alcuni testimoni avevano riferito di avere visto Marino fuggire dal luogo del massacro.
Era in procinto di partire per Portoferraio il bidello, invece, ha cambiato improvvisamente idea ed è diventato un assassino.