Le 4 bugie di Amato Così poteva rimediare al pasticcio elettorale

Il titolare del Viminale addebita alla Cdl il caos liste, ma sbaglia. La legge non gli impedisce di separare i contrassegni dei partiti. E di disporre su più righe i simboli delle alleanze Pdl-Lega-Mpa e Pd-Idv

da Milano

Il ministro dell’Interno Giuliano Amato si è incartato con le «sue» schede elettorali, così pasticciate da spaventare anche gli elettori più attenti. La sua lettera di giustificazione inviata ieri a Repubblica contiene molte inesattezze. E soprattutto quattro bugie, smascherate da una lettura attenta di quel decreto che il dottor Sottile sostiene di aver applicato alla lettera. Il Viminale avrebbe potuto disporre i simboli sulla scheda in maniera più leggibile, al contrario di quanto troveranno gli italiani in cabina elettorale. Ma non l’ha fatto: nessuna norma glielo avrebbe impedito. Vediamo perché.
La legge non obbliga affatto ad affiancare 10 simboli su un’unica riga, ma recita testualmente «fino a un massimo di 10». Nel facsimile della scheda elettorale allegato al contestato decreto, di simboli affiancati ce ne sono anche nove e quattro. Quell’impostazione era peraltro imposta dalle coalizioni-lenzuolata del 2006, e non viceversa un obbligo previsto dalla legge. Prima bugia.
Inoltre, la stessa legge prevede che i simboli dei partiti debbano essere disposti per linee orizzontali su più file (non solo su due), come si vede dal facsimile 2006 che il titolare del Viminale brandiva a favore di telecamere qualche giorno fa. Se allora la presenza delle due maxicoalizioni «obbligava» l’affiancamento dei partiti coalizzati tra loro su un’unica riga, il nuovo scenario politico delle coalizioni bipartitiche volute da Pdl e Pd avrebbe dovuto spingere il Viminale a prenderne atto. E dunque, decreto alla mano, nessuna norma impediva al ministro di «isolare» in una riga il singolo simbolo o quello doppio della coalizione, scongiurando definitivamente il rischio «voto nullo», anzi suggeriva esattamente il contrario. Seconda bugia.
Anche la «distanza minima» tra simboli diversi era lasciata alla libera determinazione del governo. Secondo la legge «i contrassegni delle liste collegate appartenenti alla stessa coalizione sono riprodotti di seguito, in linea orizzontale, uno accanto all’altro». Fine. Non c’è alcuna norma che impedisce di distanziare un simbolo da un altro nella stessa riga. L’unico obbligo è la grandezza del logo elettorale (3 cm di diametro). Terza bugia.
Conferma al Giornale l’azzurro Gregorio Fontana: «Nel 2006 il nostro governo prese atto in maniera condivisa di “adeguare” la realtà grafica alla realtà politica. Amato non l’ha fatto e deve assumersene la responsabilità». Proprio le due coalizioni (Pdl-Lega-Mpa e Pd-Idv) sono le più penalizzate dalla scheda-pasticcio. I simboli Pdl-Lega, Pdl-Mpa e Pd-Idv sono attaccati, inseriti in un unico riquadro e «circondati» da altri contrassegni. Come ha già dimostrato il Giornale il rischio di barrare tutto il riquadro della coalizione, e non il singolo simbolo, è altissimo. «Due anni fa era impensabile - dice Peppino Calderisi, esperto di meccanismi elettorali e candidato Pdl in Puglia - stavolta il rischio di errore è molto più grande».
E pensare che prima della furibonda polemica contro Amato, al ministro erano già arrivate le proteste del forzista Claudio Scajola e del numero due Pd Dario Franceschini. Che invece sono state ignorate. Anche la scusa del Viminale non regge. Gli italiani residenti all’estero stanno votando in queste ore (tra mille difficoltà, peraltro) con simboli ben distanziati e preferenze. E dunque esiste già una differenza di criterio tra italiani e residenti all’estero. L’alibi degli appena 10mila connazionali tra militari e diplomatici, che hanno già inviato il proprio voto, non regge. Se la gran parte di quelle schede in volo verso l’Italia sono a rischio «voto nullo» come sembra, sono già carta straccia prima ancora di arrivare. E con questa bugia siamo a quattro.
felice.manti@ilgiornale.it