Da 40 anni ha la pensione da cieco. Ma guida

L'uomo con l'inganno era riuscito a farsi assumere beneficiando dei vantaggi di legge proprio alla stessa Inps, dove ha effettivamente lavorato per 25 anni

da La Spezia

Quarant’anni da «non vedente», con tanto di indennità di accompagnamento cumulata con la pensione di invalido. Poi, i carabinieri lo fermano - mentre è al volante di un’Ape! - e fanno crollare il castello di carte e di menzogne. E P.Z., uno spezzino settantaduenne, finto cieco e vero millantatore, si ritrova con una denuncia di truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato da cui, nel frattempo, ha percepito indebitamente una somma non inferiore a 300mila euro. Tutta da restituire.
E pensare che finora, a chi l’aveva conosciuto e frequentato, pareva solo vittima del destino cinico e baro: la vista che si indebolisce, i contorni che scompaiono, poi sfumano anche le «cose grosse», la gente, gli amici. Infine, solo ombre, l’anticamera del nulla. E un giorno: «Non ci vedo più» dice P.Z. all’oculista, che gli rilascia subito il certificato necessario per ottenere l’indennità e la corsia preferenziale per un posto riservato agli invalidi. Ma lui, invece di abbattersi, esce dallo studio dello specialista, inforca la motocicletta e se ne va a fare la spesa. Con un occhio di riguardo ai prezzi: «Accidenti, com’è diventata cara la vita!». Il tran tran va avanti regolarmente: dalla sedia del centralino dell’Inps, dove l’hanno assunto, alla poltrona di casa, e viceversa. Guidando la moto o la macchina. Qualche volta, anche la bicicletta. Così P.Z. arriva alla pensione. Ma sempre accompagnato da quel bastone bianco. «Fa compassione, poveretto» dicono i colleghi. Che ogni tanto si lasciano scappare quel saluto, l’«arrivederci!», più beffardo di una gaffe per uno come lui che tutti s’immaginano afflitto da depressione.
È P.Z., invece, che fa coraggio agli altri: «Non importa. Ho la pensione, mi danno anche l’indennità di 800 euro perché sono invalido assoluto. Pensate - spiega a chi si ferma un attimo ad ascoltarlo, più per compassione che per interesse -, sì, pensate che nel 1965 mi hanno assunto all’Istituto nazionale di previdenza sociale per motivi di cecità, e nel 1971, dopo che ho chiesto l’aggravamento dell’invalidità, m’hanno riconosciuto cieco ventesimista...» . Ma che vuol dire? «Te lo dico io che significa: allora avevo un residuo visivo non superiore a 1/20 ad entrambi gli occhi. Era già un casino. Ma sei anni dopo, nel 1977, finalmente hanno capito e mi hanno dichiarato ufficialmente cieco assoluto». Risultato: indennità cumulabile con la pensione. D’altronde, con quei referti... E poi, qui, in Italia, il Paese dei falsi invalidi. Via! Come si fa a negare qualcosa a uno come P.Z. che, dopo tutto, si è sempre dato un gran daffare. Anche se si viene a sapere che qualche funzionario dell’Inps, magari un po’ troppo solerte, lo ha già ripreso più volte per via che non si faceva trovare, risultava assente ingiustificato dal lavoro, non era a casa quando gli hanno mandato la visita fiscale. Ma come si fa a disquisire di fronte a un cieco totale?
P.Z. resiste, tiene duro, non si fa condizionare: mai una volta che lasci a casa il bastone bianco, neanche quando zappa l’orto, inforca la motocicletta o si mette al volante dell’Ape che è diventata ormai, in pensione, la sua seconda scelta. È lì, al volante, che lo fermano i militari dell’Arma, per contestargli una banale infrazione e verificare i documenti. Manca il patentino. Lui si mostra stranamente imbarazzato, incerto, titubante. Riesce solo a dire: «Sono invalido». Scattano i controlli, e viene fuori tutta la verità. Allora P.Z. balbetta: «Non ci vedo niente di male». In compenso, i carabinieri ci hanno visto benissimo.
(ha collaborato Alberto Vignali)