Il 40% dei fondi per la ricerca medica agli italiani

I ricercatori italiani all’estero «sono tra i più bravi», danno risultati migliori ma riescono anche a farsi finanziare di più i loro studi. E questo anche grazie all’istruzione ricevuta in patria, gratuita e di buona qualità. Lo spiega Camillo Ricordi, direttore del Centro trapianti cellulari dell’Istituto di ricerca sul diabete dell’università di Miami (Florida), a margine della conferenza nazionale sulla ricerca sanitaria in corso a Cernobbio, dove è stato presentato il network, voluto dal ministero della Salute, dedicato agli scienziati italiani che lavorano all’estero. «I ricercatori italiani nel mondo - spiega Ricordi - sono ai primi posti di efficienza e qualità a livello internazionale, e questo è un orgoglio per l’Italia, perché la nostra formazione non è seconda a nessuno». E lo dimostra anche la capacità di attrarre finanziamenti, come ha spiegato Toni Scarpa, anche lui «cervello italiano» in Usa, direttore del Center for Scientific Review dei National Institutes of Healt (l’ente che distribuisce i finanziamenti in biomedicina). «Il 40% dei fondi richiesti in Usa viene attribuito a i ricercatori italiani», ha detto Scarpa nel suo intervento a Cernobbio, aggiungendo però che sono in netto calo le richieste che arrivano all’ente americano da parte di ricercatori italiani in patria. Questa capacità di promuovere e far finanziare il proprio lavoro «deve essere un motivo d’orgoglio», dice ancora Ricordi spiegando che questa posizione chiave a livello internazionale è legata «al fatto che la nostra istruzione è gratuita per la maggior parte, per cui gli studenti che si laureano hanno una buona preparazione ma non hanno il debito acquisito, per esempio, dagli studenti americani con una laurea in medicina che, alla fine degli studi, possono avere già un debito di 200mila euro».
«Per cui - aggiunge - è più difficile per un giovane americano fare una carriera in ricerca, settore che fa guadagnare meno di altre attività. Questa situazione dà al ricercatore italiano che sceglie l’estero un vantaggio competitivo». Un vantaggio che si ha meno se si resta in Italia, dove gli spazi per la ricerca sono più limitati, «ma in questo campo - dice ancora Ricordi - il nostro obiettivo non è trovare la cura nel nostro Paese, ma è come arrivare a una cura nel modo più rapido possibile». La cosiddetta fuga dei cervelli, dal punto di vista della ricerca, quindi, è un non problema. Al contrario di quanto è invece per la politica dei Paesi che come l’Italia ne sono vittime.