A 45 gradi nel «forno» della Williams

nostro inviato a Sepang

T oby non suda. Gronda. Le sue gocce disegnano la fatica sul pavimento tirato a lucido. Mark, un meccanico, se ne accorge, prende uno straccetto bianco e pulisce per terra. Non lo fa perché Toby Brown è il capo macchina di Nico Rosberg, lo fa perché, nel box di sir Williams, tutto dev’essere in ordine; guai se uno dei suoi uomini scivolasse sulla fatica di un collega. Un banalissimo contrattempo potrebbe tradursi in centesimi o secondi buttati.
A Sepang, mentre in pista scorrazzano le macchine e sui prati attorno le imitano i cobra, ci sono 42 gradi all’ombra, 50 sulla pista, 45 dentro il box, e l’umidità sfiora il 60%. Un delirio che in tv non si percepisce e una vera tortura per i meccanici al lavoro, durante le libere in divisa, durante la qualifica in tuta ignifuga. Un vero inferno per i piloti dentro l’abitacolo. È il box della Williams, ma potrebbe essere quello della Ferrari, della McLaren, della Toro Rosso. Basta infiltrarsi per essere testimoni dell’unico vero momento in cui la fredda F1 si umanizza e racconta storie di uomini che faticano. Persino i piloti, finalmente, non sembrano più i viziati ragazzi che conosciamo.
L’unico problema, una volta dentro, è non dare fastidio. Ti dicono «stia fermo qui» e chi osa muoversi? M’incuneo tra l’auto di Rosberg, a destra, e quella di Wurz, a sinistra. In pratica, abbraccio la monoposto di riserva in mezzo alle due. Tutt’attorno, sguardi sudati di preoccupazione che si fa terrore. Non per l’ospite, ma per Patrik Head. E’ imponente il socio di sir Frank. Che carisma, guardate come lo osservano. Dal dt Sam Michael all’ingegnere di Rosberg, Tony Ross, appena lui s’avvicina, sgranano gli occhi. «Carismatico lo è - spiega uno -, ma il motivo è un altro». Head è rimasto vecchia maniera: nel box s’aggira come trent’anni fa, non usa le cuffie per comunicare. Le tiene come tenaglie sul collo e quando deve parlare con i propri uomini si avvicina e inizia. Non sa che stanno parlando con il pilota che sfreccia a trecento all’ora. Da qui il terrore negli occhi: ascoltare l’uno e l’altro non è il massimo. Tanto più che l’uno e l’altro sono facili ad incacchiarsi.
In un angolo Jackie Stewart, proprio lui, osserva impassibile. Non suda, lui. «Prego passi pure», dice e si rituffa con gli occhi sul monitor. Di fronte, la piazzola luccicante dove sosta la F1 di Rosberg. Rumore, tappi nelle orecchie, casino, il figlio d’arte torna in pista. Stewart sarà abituato, ma i marmittoni della Williams sparano su tutti proiettili di smog ad altissima concentrazione. Ecco Rosberg che rientra, simula un pit stop, frena di colpo. Qualcuno annota. Più tardi, quando il pilota avrà assorbito la scarica adrenalinica, andrà a dirgli se la fermata è stata giusta o sbagliata, questione di millimetri. «Comunicargli prima un eventuale errore potrebbe alterarlo», spiegano, e mai via radio. Gli scanner degli altri team potrebbero essere sintonizzati e i piloti non amano essere bacchettati urbi et orbi. Questa è la legge non scritta fra meccanici e gentleman driver.
Vettura ferma, Nico è imprigionato nel forno. Ollie, fisioterapista e amico, apre un freezer e prende due polsini da tennista. Sono imbevuti di acqua e fatti ghiacciare. Rosberg toglie i guanti e li infila come braccialetti. Lo sguardo si rasserena, mentre Ollie prende uno dei ventilatori che si usano per le prese dei freni e glielo punta verso il viso per tutto il tempo della sosta.
Via i polsini, via il freddo, via il ventilatore, via tutti. Si riparte. L’ingegnere fa un cenno, il capomacchina di Rosberg si para davanti alla monoposto e allunga il braccio e punta il pollice verso il pilota. Come per magìa, alla sua sinistra, ostie in una nicchia, ci sono due computer portatili che gestiscono la vettura. Pollice lungo del capo macchina, e un tecnico schiaccia il pulsantino sulla tastiera. Inizia la procedura di riscaldamento del motore. Pollice verso l’alto e il motore s’accende. Il capo macchina cambia gesto, ora braccia belle tese e poi aperte: i meccanici sganciano le termocoperte dalle gomme e l’oggetto riprende vita e diventa macchina. Frastuono. Nico accelera ed esce senza neppure guardare alla propria sinistra se sta arrivando un’altra F1. Non si fa. Fiducia cieca nel capo macchina che gli fa cenno di andare. Guai se il pilota si voltasse: «vorrebbe dire che non si fida, sarebbe uno schiaffo per il meccanico», confida uno. «Lo faceva solo Ralf Schumacher…» aggiunge. Già, Ralf l’antipatico. Ecco perché.