«48 ORE», IL POLIZIESCO NON DECOLLA

Autori e produttori di 48 ore (lunedì su Canale 5, ore 21) invitano a considerare questa nuova fiction poliziesca come un prodotto originale, non assimilabile in alcun modo alla serie americana 24 cui viene spontaneo collegarsi. E così sia, anche se non ci sarebbe nulla di male a copiare purché lo si faccia bene, prendendo il meglio dall'esperienza altrui e magari elaborandolo attraverso gli ingredienti della fiction di casa nostra, meno talentuosa sotto il profilo della sceneggiatura ma capace di risultare spesso accattivante per la simpatia degli interpreti e le loro debolezze sentimentali. Con 48 ore si tenta, con esiti inferiori alle attese, di proseguire nella via italiana al poliziesco d'azione che ambisce nel contempo alla fotografia d'ambiente, qui opportunamente servita dalla scelta di Genova con i suoi suggestivi carrugi, gli scorci panoramici, l'atmosfera intrisa di orgogliose scontrosità. Più che guardare all'esperienza americana, in effetti, il paragone andrebbe fatto in casa, in una sorta di derby con una fiction poliziesca di lungo corso come La squadra, di ambientazione napoletana, dalla quale viene qui mutuata l'abitudine delle riprese in campo stretto, con effetti talvolta «mossi» secondo l'ultima opinabile moda registica. La perplessità suscitata da 48 ore, che stenta a decollare negli ascolti nonostante il repentino cambiamento della serata di programmazione (da martedì a lunedì per evitare il confronto con Montalbano, sera in cui lo share si è fermato al 14,39% e 13,72% nel primo e secondo episodio) non è comunque soltanto ascrivibile al tipo di ripresa e alla conseguente sensazione claustrofobica che talvolta ne deriva. C'è un problema di tensione narrativa che non riesce a carburare, ad essere all'altezza delle premesse ricche di potenziale pathos (la «squadra catturandi» della Polizia di Genova ha il compito di scovare i latitanti entro 48 ore, termine al di là del quale diventa sempre più problematica la soluzione dei casi). Si ha poi la sensazione che non tutte le facce del pool siano state scelte con pertinenza, e che la difficoltà fin qui palesata dal pubblico nell'affezionarvisi dipenda anche dal fatto che molti dei protagonisti danno la sensazione di sentirsi «in trasferta», non a proprio agio e poco in sintonia l'uno con l'altro. A cominciare da Claudio Amendola, cui la sceneggiatura riserva un ruolo un po' troppo «seduto» rispetto all'esigenza di esprimere la sua efficace fisicità, e proseguendo con una Claudia Gerini che appare un po' legata, quasi viaggiasse con il freno a mano tirato. Completano il cast, almeno nei ruoli principali, Adriano Giannini, Massimo Poggio e Mimmo Mignemi, ma tra tutte le squadre investigative, i distretti di polizia e i commissariati ad uso fiction il gruppo di 48 ore pare finora il peggio assortito.