A 50 anni Paolorossi lascia Pablito: «Ho il pallone nel cuore, il calcio no»

E sbotta quando gli si chiede di Kakà: «Dissapori con lui? Lo scherzo è bello se dura poco... il rapporto fra noi è ottimo»

Tony Damascelli

Non è Vasco. Non è Valentino. Nemmeno Guido, figuratevi poi. Escludo Renzo. Dunque Paolo Rossi, non l’attor comico che lui, fra tutti quelli citati, conosce personalmente e bene: «Ma un giorno mi chiama una giornalista, assai cortese. Per tre minuti mi fa domande sul teatro, Dario Fo. Io ascolto, intuisco, interrompo: mi scusi, ma io non sono il Paolo Rossi che lei pensa. Click, fine della telefonata».
Paolorossi, una parola sola, basta la parola, oggi entra nel club dei cinquantenni. Viene da Prato, non ha fatto il militare a Cuneo come diceva Totò ma ugualmente è uomo di mondo, anzi mondiale, anno 1978 la nomination, 1982 il titolo. Ha girato di qua e di là, si è rotto le ginocchia e ha rotto qualche sogno, con quella storia delle scommesse e la squalifica relativa, ha segnato gol al Brasile e in quel periodo i battutisti dicevano che a Rio ogni volta che si rompeva un uovo i brasileri vi trovavano 3 rossi! L’hombre del partido ha messo casa, anzi dimora antica a Poggio Cennina, qui vive e riceve, l’azienda agriturismo in Val d’Ambra produce olio e vino, uva sangiovese la prescelta, ha impolverato i capelli, ha aggiunto qualche ruga al volto ma è rimasto uguale a prima, forse a vent’anni già ne contava trenta, quaranta, cinquanta come oggi, per testa e modo di dire e fare: «Per me già un quarantenne era uno vecchio, figuratevi un cinquantenne. I tempi però sono cambiati. È un bel traguardo per me, quello raggiunto, vorrei che non fosse il punto di arrivo ma di partenza, come mi è già capitato. Ti accorgi che il fisico ha ruggine, te ne accorgi perché sei stato un atleta, uno sportivo, aumenta la coscienza del tempo che è passato, ti prende una leggera malinconia ma la nostalgia mai, non mi sfiora, non mi stuzzica. Anzi, ho voglia di mettere a frutto le esperienze. Non mi manca l’entusiasmo perché ripenso a tutte le soddisfazioni che ho provato e anche fatto provare agli altri, non ho mai avuto grandi problemi».
Come? Scusi? Ma le ginocchia a pezzi? Ma le scommesse? «Sì, è vero, ma sono stati incidenti di percorso, possono capitare nella vita di un atleta, di un uomo e a me sono capitati. Ho avuto un po’ di paura all’inizio di carriera ma certe cose passano in fretta. La storia delle scommesse mi fece crollare il mondo addosso, fu un incidente serio, mi tolse due anni di carriera, ci persi il sonno e la tranquillità, a volte si cade in trappole maligne. Ci ho ripensato ma senza alcun disagio perché avevo e ho la coscienza a posto. Rifarei tutto e non mi sono fatto mancare niente. Del resto se guardate bene la mia carriera non ha mai avuto una linea retta, sempre picchi e precipizi e mi sono fermato a trent’anni. Non avevo più stimoli, non mi andavano i ritiri, avevo ottenuto tutto ma volevo raggiungere la vita normale, i fine settimana con gli amici e gli affetti, la responsabilità di dover gestire una esistenza soltanto mia».
Paolo Rossi via dal football, senza rimpianti. «Il pallone è rimasto nel cuore, ci gioco, con gli amici. Il calcio è un’altra cosa, no, non mi manca. Mia madre conserva le magliette, le medaglie, la replica della coppa del mondo, un mio amico di Firenze ha raccolto in un paio di volumi gli articoli dei giornali che si occupavano di me. Ogni tanto li sfoglio».
Dunque la nostalgia esiste ma viene tenuta nascosta, come la voce di Paolorossi che non starnazza, non strilla, un po’ come accadeva con il suo gioco: «Rossi? Va giudicato soltanto quando fa un gol», disse Gianni Agnelli per semplificare. «L’Avvocato! Straordinario, unico, carismatico, manca moltissimo al calcio, manca alla Juventus».
Si va di ricordi, elementare Rossi: «Farina, un uomo divertente, un presidente di grande competenza calcistica, piacevole»
Boniperti: «Gli voglio ancora bene anche se con lui era battaglia ogni volta per i contratti. Dopo il mondiale spagnolo chiesi l’aumento. Guadagnavo 120 milioni lordi, provai con 10 in più, lui avvampò e disse: “Ma sei matto? Ma cosa vuoi? Tu giochi nella Juventus, cosa pretendi di più?“. Fu dura, alla fine trovammo l’accordo per 125 milioni».
D’Attoma: «Un signore, a Perugia. Con lui nessun problema di cifre. L’accordo venne raggiunto prima».
Sordillo: «Un napoletano signore, un avvocato anche con noi, aperto, pronto alla battuta».
Carraro: «Lo ricordo poco, appena, uno introverso, di pochissime parole, veniva a trovarci prima delle partite. Si dimise per la mia valutazione alle buste tra Juve e Vicenza. Strano».
Matarrese: «Non mi dispiace» e aggiunge una risatina.
Bearzot: «Me lo porto appresso sempre, l’uomo, il professionista. Così come Giovan Battista Fabbri che mi ha cresciuto bene».
Si va di squadre e di colleghi: «La più grande? La Juventus. Il più grande? Platini, uno normale ma fuoriclasse. Il nostro calcio era meno esasperato, dovevi fare gavetta prima di diventare qualcuno e dunque di guadagnare bene. Oggi si va di fretta, pronti via e arrivano i soldi e la gloria, non c’è la maturità dei professionisti di allora, quella fu una generazione straordinaria, dal ’50 al ’57. I nuovi campioni del mondo sono un grande gruppo, il nostro aveva caratteristiche diverse, non soltanto tecniche o tattiche. Non invidio nessuno dei calciatori di oggi ma dovrebbero crescere. Non hanno il tempo».
E se Rossi avesse il tempo, trovando la lampada di Aladino, dove vorrebbe giocare oggi? «Nel Barcellona». Auguri, in tutti i sensi.